Settembre 2013  Supplemento alla rivista EL.LE - ISSN: 2280-6792
Direttore Responsabile: Paolo E. Balboni
«Ma cos’elo sto talian?» di Giorgia Miazzo

ABSTRACT

L’articolo presenta alcuni cenni storici relativi alla storia dell’emigrazione italiana e veneta in Brasile. Si spiega, poi, che cosa si intende per lingua “talian”, la sua consistenza, le sue peculiarità e caratteristiche contrastive rispetto all’italiano. Si parla della sua diffusione e la pertinente questione dell’ufficialità all’interno della terra in cui il talian è usato. Infine viene riportata una considerazione personale riguardo l’argomento studiato1.

 

 

In Brasile un anziano emigrato veneto era solito dire: “El italiano el sarà la lingua dea economia, dei soldi, dei denari, dele scarsele. El talian la è la lingua dei sentimenti, del laoro, dea preghiera e dea speransa, dei imigranti, de quei che i ga scominsià la construssion de paesi e cità”.

Dover abbandonare per sempre il luogo natio e stabilirsi dall’altro capo del mondo, un posto alieno che nascondeva l’ignoto, non era una scelta semplice e tanto meno leggera. A maggior ragione se succedeva centocinquant’anni fa, quando i trasporti erano improbabili, i contatti difficoltosi, divenendo chimerico allontanarsi da casa.

Esistono casi in cui, tuttavia, partire diventava l’unica alternativa alla sopravvivenza, una scelta dettata dal bisogno di costruire una vita migliore, sollevando altresì coloro che rimanevano in patria. Era il 1861, anno dell’unificazione d’Italia. Le forti disparità socioeconomiche portarono a uno stato di estrema miseria e pessime condizioni igieniche, che si riversavano su adulti e bambini, sui quali la pellagra e la difterite dilagavano senza pietà. Gli investimenti statali venivano usufruiti per i finanziamenti industriali, a discapito di agricoltori e braccianti che non potevano beneficiare di migliorie agricole. Nello stesso periodo, i governi latinoamericani, bisognosi di lavoratori seri e competenti per costruire sulle immense distese ancora vergini, attiravano i popoli europei con promesse lusinghiere per un futuro professionale. Garantivano un terreno coltivabile, comprensivo di sanità e istruzione. Così le compagnie di navigazione americane orchestravano allettanti viaggi oltreoceano, per i quali l’illusione di un trasporto garantito e a basso costo attraeva anche tanti veneti all’avventura di destini migliori. Il Brasile si ispirò sovente al Veneto, di cui conoscevano il perseverante modo di lavorare, la dedizione alla famiglia e l’abnegazione alla religione, incarnazione di un investimento ideale per lo sviluppo nazionale.

Dalla seconda metà dell’800 “Lestero Merica Brezile” effigiava il sogno veneto, spesso rivelandosi una cronaca tragica. Vendevano i pochi beni per assicurarsi il viaggio e con qualche fagotto lasciavano Belluno, Verona, Rovigo, Vicenza, Treviso per imbarcarsi nel porto di Genova su navi a vapore delle compagnie di bandiera brasiliane. “Na gran quantità de gente drio pareciarse par imbarcar tei bastimenti, assando indrio la so tera natale e scominsiando un viaio par rivar a nantro mondo che lori no i lo cognosse”. Le imbarcazioni presentavano ambienti fatiscenti e condizioni disumane, gli interminabili viaggi erano estenuanti e drammatici, dove queste povere anime rimanevano ammucchiate nelle stive e i più fragili non giungevano alla sospirata meta.

Approdavano, stralunati dalla fatica, dopo lunghi mesi, nella “terra promessa”, la tanto nominata “Merica”, lungo le coste meridionali, negli stati di Rio Grande do Sul e Santa Catarina, costretti poi a proseguire per molti giorni in treno al fine di raggiungere il posto assegnato. I primi flussi migratori iniziarono nel 1875 verso gli stati di Rio Grande do Sul, Santa Catarina, Paraná e Espírito Santo, per poi espandersi in quelli di Minas Gerais, São Paulo e Rio de Janeiro. Si stima che l’emigrazione veneta in Brasile tra il 1876 e il 1920 sia stata di quasi un milione di persone, più di un terzo delle altre regioni d’Italia. Nel 1970, solo lo stato di Rio Grande do Sul, con una popolazione di dieci milioni di abitanti, ne contava un venti per cento con cognome italiano. Furono migliaia in centocinquant’anni di storia, praticamente un altro paese, disseminato lontano ma idealmente rimasto legato alle origini.

In realtà, inizialmente trovarono accampamenti con baracconi isolati nella selva più oscura, dove la natura selvaggia e un terreno impraticabile erano l’unica realtà da accettare. Un senso di isolamento pesava su questi luoghi e immalinconiva le anime spaurite. La volontà di farcela annientava ogni sgomento e la forza della sopravvivenza li spronava ad andare avanti. Non restava che disboscare la foresta a colpi di machete. Senza tregua e con la tenacia di braccia instancabili riuscirono a trasformare il suolo incolto in fertile e coltivabile, disegnando una nuova patria simile alla loro.

Gli emigrati mandavano toccanti missive alle famiglie rimaste, con espressioni che costellavano corrispondenze attraverso l’Atlantico, raccontando di un improbabile Eden tanto sognato. In una lettera di anonimo del maggio 1883, un emigrato scrive ai genitori: “… mi toca travagliare con zerle sule spale su per monti come un musso. Ala matina si comincia cole stelle e la sera a casa cole stelle. Per conto del mangiare ala matina fasoli, a mezogiorno fasoli, a la sera fasoli. Il paese distante una giornata di camino”.

Dopo le prime ondate di braccianti, giunsero anche artigiani manovali edili e operai, che diedero una struttura imprenditoriale alla comunità. Oggigiorno il Brasile esprime una realtà economica emergente, merito dell’apporto delle popolazioni europee. Una piccola regione derisa per la semplicistica e genuina maniera di esprimersi, ma forte di un popolo integro e responsabile, uno dei protagonisti di quella che il presidente Kennedy definì “l’America degli emigranti”. Fortemente impegnati a ricomporre una nuova vita, si adoperano con il senso del dovere, l’amore per la famiglia, il fervore religioso, necessari per sostenere le fatiche e le sofferenze.

Le tradizioni e i costumi divengono un grande conforto, un rifugio dove raccogliersi e sentirsi a casa. La cucina veneta è regina sulle loro tavole imbandite e durante le manifestazioni culinarie, in cui si assaporano i classici piatti, dai “capeleti em brodo de galina” e la “minestra de fegatini”, alla “fortaia” o “formaio”, “radici”, “fasoi” e “poenta frita”, concludendo sempre con una “graspa”. Custodiscono con passione e gelosia anche musica e ballo: la fisarmonica accompagna cori di origine montana e danze folkloristiche, dove abiti tricolore spiccano in mezzo all’allegria della festività.

 

La cultura di un popolo viene costruita giorno per giorno e questa attività è in rapporto diretto con la lingua che, come veicolo di informazione, significato e ideologia, riflette la propria storia. La peculiarità comunicativa si traduce nel patrimonio più prezioso da mantenere e venerare. Il “talian” appartiene assolutamente a tale ricchezza.

Sono molti gli storici, scrittori ed editori studiosi del processo migratorio e delle conseguenze filologiche, in particolare inerenti a quelle di carattere regionale. Cultori del talian, parlato e scritto, hanno dato un contributo significativo con molteplici opere preziose ed eccellenti.

In Brasile emerge in tutta evidenza il contributo innegabile fornito dallo scomparso Frei Rovilio Costa, icona della cultura italiana di emigrazione nel Rio Grande do Sul. Discendente, sacerdote, scrittore, giornalista. Professore nella Facoltà di Educazione dell'Universidade Federal di Rio Grande do Sul, libero docente in Antropologia Culturale, nonché Membro del Consiglio di Stato della cultura riograndense. Ha ideato una collana editoriale, curando la pubblicazione di oltre 2600 volumi sulla cultura sud-rio-grandense e brasiliana. Era cittadino onorario di varie città nel sud del Brasile, un poliglotta, “ma ghe piaseva tanto parlar talian”! Ho avuta la fortuna di conoscerlo contribuendo in una collana editoriale in cui ha pubblicato un mio articolo. Altri nomi importanti sono: Darcy Loss Luzzatto, Aquiles Bernardi, Júlio Pozenato, Honório Tonial, Luis A. De Boni e Arlindo Battistel.

Emilio Franzina è professore ordinario di Storia Contemporanea dell’Università di Verona. Ha collaborato intensamente con alcune riviste, come in “Quaderni Storici”, e siede nel comitato scientifico di altre, tra cui “Studi Emigrazione”. Dirige l’”Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana”. Pubblica cospicue opere, ma la più importante è senz’altro “Merica! Merica! Emigrazione e colonizzazione nelle lettere dei contadini veneti e friulani in America latina (1876-1902)”: una produzione storica, in quanto tra le prime a occuparsi di emigrazione, porgendo un punto di vista reale al fenomeno. Sono degne di riconoscimento: “La grande emigrazione. L’esodo dei rurali dal Veneto”; “I Veneti in Brasile”; “Storia dell’emigrazione veneta dall’unità al fascismo”; “L’America gringa. Storie italiane d'immigrazione tra Argentina e Brasile”; “L’immaginario degli emigranti”.

Altro omaggio va a Giovanni Meo Zilio, professore Emerito di Letteratura Ispano-Americana dell’Università di Venezia. Ha tradotto l’opera di Nanetto Pipetta e in generale interveniva e scriveva di emigrazione veneta.

Grazie a Ulderico Bernardi, professore ordinario di sociologia nell'Università di Venezia e Treviso, studioso di rapporti fra tradizione e innovazioni nelle culture autoctone e dell'emigrazione, nell’ambito delle minoranze etniche e nelle comunità contadine investite dall’industrializzazione. In particolare, la Federazione delle Associazioni Italo-Brasiliane del Rio Grande do Sul gli ha conferito il diploma “Al merito talian”, per avere contribuito con le sue pubblicazioni a mantenere accesa l'identità etnico-culturale dei Veneti in Brasile e nel mondo. Interessanti a riguardo: “Il lungo viaggio. Dalle terre venete alla selva brasiliana.”, “Veneti”, “A catar fortuna”.

 

Gli italo-veneto-brasiliani spiegano: “Il talian la è na vera lìngua nassesta dea fusion dei diferenti dialeti dei nostri primi imigranti, insieme con parole nove, necessàrie par nominar le novità dea nova strània Pàtria brasiliana. I fondamenti dea esistensa de na Lìngua i ga da veder con la literatura e fondamentalmente, che la sia parlada, scrita e “informatizada” (a sti tempi…). La è doperada par i dessendenti taliani che ai 20 de maio de 2005 ghe lodemo i 130 ani del so arivo al Brasil. Ma ghe ga tocà viaiar par catarse na nova Pàtria, sensa fame, con poco fredo, con manco malatie, sensa guera e con posto par tuti...”

Si può assentire con indiscutibile certezza che il talian è una lingua plasmata dalle fusioni dei dialetti provinciali veneti appartenenti ai primi emigrati. Quasi tutti erano illetterati e il veneto era l’unico gergo del proprio archivio familiare. Il vernacolo era diffuso nella regione, ma si modulava in base alla provincia di pertinenza. La base era convergente, estendendosi con differenze sostanziali a livello diatopico non solo attinenti ai campi lessicali e ai costrutti gergali, ma altresì alla morfologia terminologica di desinenze verbali, declinazioni pronominali e aggettivali.

L’isolamento geografico e sociale imposto dal sistema di colonizzazione, perdurato per decenni, impossibilitava i punti di contatto con la vita dei nativi. Appare pertanto inevitabile un sistema linguistico chiuso, atto a espletare le funzioni comunicative all’interno dei nuclei di convivenza. L’idioma coincideva così con il riconoscimento di un popolo che non smetteva di rafforzare un’identità.

 

Il concetto di dialetto registra un’ossatura glottologica simultanea ad altre sia dal punto di vista diatopico che diacronico e rientrante nella categoria di lingua ufficiale.

Nello specifico, si tratta dell’unica modalità trasmissibile in un reticolo circoscritto, rendendosi fisiologico nell’affluire, e “legittimandosi” in una struttura di carattere più formale.

La mancanza di un sistema di istruzione non permetteva certo l’introduzione del portoghese nei madrelingua emigrati. Tuttavia, il mosaico linguistico nativo verrà inevitabilmente “contaminato” dal portoghese in quanto il comportamento nelle comunità si espande e acquisisce una corposità o composizione verso determinate varianti che arricchiscono o mutano alcuni aspetti lessico-sintattici. Nasce un melange derivante dall’incrocio interdialettale assieme alla confluenza del portoghese, lingua che, tuttavia, rimane marginale nella morfologia veneta. Tale tipologia viene ad imporsi come predominante, definendosi in una categoria di “koinè”. Diventò una garanzia di stabilità sociale, contribuendo a rinsaldarsi nel campo letterario. Da testimonianza raccolta emerge: “Co el tempo i dialeti se gà giuntà un poc e a predominà a lengua pi parlada: el veneto”. Il portoghese, comunque, si limitò a “prestare” termini circa oggetti e azioni che sopperivano la mancanza nell’idioma natio o che non avevano appreso in patria. In tal senso si sono sviluppate alcune fasce terminologiche specifiche riferite ad aspetti commerciali o culturali, o appartenenti direttamente all’universo brasiliano, come nomi di flora e fauna, usi e costumi.

Il dialetto rimane comunque il passe-partout identificativo di un popolo, unico nel formulare concetti specifici, ma soprattutto stati psicologici e mentali della comunità. Si cementa così la tipologia veneto-brasiliana, condivisa dagli oriundi, che incontra un assetto di interazione reciproca.

Una lingua, per essere ufficiale, deve essere comprovata da un gruppo etnico e quindi intesa nella sua oralità. Non solo, esige una stesura grammaticale, compendio atto ad accludere un sistema fonologico-ortografico, una sintassi e una conformazione morfologico-lessicale. Infine, rivendica una letteratura, memoria di una tradizione e di una storia continua. Il talian è carente di uno stato ufficiale, pur soddisfacendo i cardini della lingua. Nella forma orale è infatti realizzato appieno, essendo parlato e compreso da almeno un milione di persone, tanto da venire considerato neolatino, con il diritto di figurare accanto a italiano, francese, spagnolo e portoghese. È un idioma corrente, impiegato quotidianamente sul lavoro, università, televisione, radio e teatro: viene espresso ogni settimana in più di cento radio e programmi televisivi, in numerosi articoli di giornale e in molte orazioni religiose durante le messe.

È definito anche “dialetto veneto sul-rio-grandense”, poiché la massima concentrazione si verifica nel Brasile meridionale. È infatti principalmente parlato negli stati di Rio Grande do Sul, Santa Catarina e Paraná. Rimangono ulteriori comprove negli stati di Espírito Santo e Minas Gerais, dove è meno spalmato e si raccoglie in comunità localizzate in cui viene vissuto con forte intensità.

Consta di un apparato scritto redatto nella “Gramàtica do Dialeto Italiano Rio-Grandense”, costruita sulla base del libro di Nanetto Pipetta, e più tardi la “Gramàtica Morfologica do Dialeto Veneto”. La prima e fondamentale stesura di un vocabolario degli emigrati è la “Gramàtica e Vocabulàrio do Dialeto Italiano Rio Grandense”, scritto da A. W. Stawinski, pubblicato a Porto Alegre da EST (Caxias do Sul, UCS) nel 1977. Come seguito ne deriva il “Il Dicionàrio do Dialeto Veneto-Sul-Rio-Grandense-Português”. Nel 1995 l’UTRIM, acronimo di “Unione dei triveneti nel mondo”, con il patrocinio della Regione Veneto, realizza un elaborato magnifico: il “Dicionário vêneto-português-italiano”. Si tratta di un volume ripreso dal dizionario di Stawinksi, ma compendiato dalla traduzione italiana, originando un sistema “triliguistico” inteso a legare un fazzoletto di veneto nel mondo.

Il suo status, infine, viene testificato da una traccia scritta. Il giornale “Staffetta Riograndense”, modificato oggi in “Correiro Riograndense”, era l’elemento di divulgazione collettiva e stabilizzazione discorsiva. Ha contribuito infatti a scrivere la storia del progresso e dello sviluppo del Brasile. Le prime affermazioni di talian uscirono a puntate su alcune riviste destinate agli emigrati e realizzate dai Frati Cappuccini di Caxias do Sul. Il primo libro di letteratura oriunda, invece, venne pubblicato tra il 1924 e il 1925, nel suddetto giornale. Si tratta di “Vita e storia de Nanetto Pipetta, nassuo in Italia e vegnudo in Mèrica per catare la cucagna”, scritto da Aquiles Bernardi, da cui viene estrapolata la terminologia del suddetto dizionario.

La stabilizzazione del processo non ha trovato vita facile neppure dopo la sedimentazione. Nei primi anni ‘50 del secolo scorso, accadde qualcosa che sconvolse per sempre un percorso linguistico predestinato e spontaneo nel Brasile meridionale. Dopo una prima fase di grande segregazione, i veneti furono apprezzati per il serio operato raggiunto. Nel contempo, però, venne eletto il sistema dispotico raffigurato dallo Stato Nuovo di Getúlio Vargas. L’inizio della seconda guerra mondiale, infatti, indicò un periodo di forte controllo nel territorio brasiliano, in cui i popoli stranieri erano un ostacolo alle mire nazionalistiche. Con tale prospettiva, le scuole italiane presenti nelle colonie furono chiuse, in base alla legge di “Nacionalização do Ensino”, il cui decreto proibiva l’uso delle parlate straniere. Chi non sapeva il portoghese era costretto a impararlo e praticarlo, e in caso contrario veniva umiliato e castigato.

Secondo una dichiarazione, “dopo, col é vegnesto a léie Getúlio Vargas e no se podea pi parlar a lengua italiana, tocava parlar el brasilian anca casa”. Come quanto ricorda l’amico Fernando Roveda, discendente che vive ad Antônio Prado, nello Stato di Rio Grande do Sul, secondo cui il nonno e un amico, una domenica dopo la messa, furono sorpresi a parlare nella lingua materna dai soldati di guardia, che li incatenarono al municipio per parecchio tempo. Lo stesso capitava ai coloni, che durante le compere nelle cittadine non osavano proferire sillaba e non conoscendo i termini portoghesi, erano costretti a esprimersi gesticolando.

Inoltre furono annullati i nomi di luoghi o edifici con dicitura oriunda, obbligando la popolazione a mutare la toponomastica di alcuni paesi, come Nova Trento rinominata Flores da Cunha e Nova Vicenza ribattezzata Farroupilha, e la denominazione degli stabilimenti, come “Societá del Mutuo Socorso Vittorio Emmanuele III”, oggi “Sociedade Pradense de Mútuo Socorro”. Anche una tra le squadre calcistiche più prestigiose del Brasile, fondata da italiani e con capo a São Paulo, che si chiama “Palmeiras”, era prima denominata “Palestra Itália”.

Fu un grave e ingiusto misfatto contro l’identità veneta, una ferita morale senza precedenti. Un popolo sradicato e trapiantato altrove non può vivere senza il suo argot, credo e senso intrinseco di un’appartenenza.

 

Oggi, diverrebbe offensivo e semplicistico considerarlo una sorta di dialetto “d’oltremare” o semplice bizzarria e bersaglio di polemiche aliene. È un fatto largamente singolare e degno di rispetto e considerazione. La forza di un “codice” fondato da un sentimento profondo di appartenenza, continuo e costante nell’arco di un secolo e mezzo, determina un processo di conservazione nel comportamento. L’idioma diviene qui coscienza e memoria storica. È una realtà così presente e intrinseca nel popolo oriundo da compromettere definitivamente la stabilità espressiva di base nazionale.

Nel 2000 la “Federazione delle Associazioni dei Diffusori del Talian” presentò all’ “IPHAN” – Instituto do Patrimônio Histórico e Artístico Nacional – una richiesta di riconoscimento, per la prima volta ufficiale, affinché il Talian venisse accettato come “Patrimonio Culturale e Immateriale del Brasile”. Non fu accolta per le insufficienti modalità legali di accettazione, ma tracciò un segno emblematico verso un percorso di riconoscimento culturale giusto e di grande valore. Cinque anni più tardi, la stessa Federazione, con l’appoggio dello Stato di Rio Grande do Sul e di Espírito Santo, le Assemblee Legislative di Rio Grande do Sul e Santa Catarina, l’“Instituto Vêneto”, le università statali, i comuni associati ad altri enti, ripresentò la richiesta al Ministro della Cultura. Per la seconda volta fu respinta poiché non ancora legalmente regolamentata da testi idonei. Si organizzarono perciò in modo più strutturato, in modo da manifestare un tassello della diversità linguistica in Brasile, motivando la Commissione di Educazione e Cultura a prenderne atto. È probabile quindi che il Talian diventi, dopo il portoghese, la prima tra le lingue ufficialmente riconosciute come bene culturale e di riferimento nazionale. Inoltre, a giugno 2009, tramite la Deputata Silvana Covatti, venne approvata la legge 13.178, la quale riconosce il Talian patrimonio storico e culturale dello stato di Rio Grande do Sul, azione che verrà ampliata agli stati limitrofi. Nel novembre scorso, a Serafina Corrêa, nello stato suddetto, si è celebrata una festa per ricordare un progetto di legge, poi approvato, che attribuisce al Talian il titolo di idioma co-ufficiale al portoghese, secondo il decreto 43/88 del 18 luglio 1988. È stato il primo paesino in tutto il Brasile ad ottenere un risultato senza pari. Difendono da sempre i valori della lingua, riconoscendo, ogni fine luglio, per un’intera settimana, il Talian come ufficiale.

 

L’alfabeto del talian comprende ventun lettere: cinque vocali e sedici consonanti. La base è essenzialmente di matrice veneta, sunto delle province appartenenti. Le interferenze lessicali incorporate dal portoghese vengono accettate da tutta la comunità parlante poiché ne è il risultato di un processo diacronico socio-culturale. Da qui i prestiti portoghesi hanno sovente un nesso con la terminologia specifica del lavoro contadino. Alcuni esempi: “capoerõ o capoéra o skapoèra” da “capoeirão o capoeira” che significa “fitta boscaglia o foresta vergine”; “arado” tradotto in “aratro”; “mìlio” da “milho” ossia “mais”; “paiol” che sta per “capanna per gli attrezzi e cereali”.

Avviene altresì il processo inverso, in cui il portoghese brasiliano pare acquisire alcuni calchi semantici dal veneto. Se nel portoghese continentale “tazzina da caffè” è “chávena”, nella variante brasiliana diventa “chícara”, ossia la trascrizione fonetica del nostro “cicara”. Il “culher” è il “cucchiaio”, ossia lo “scugliero” in padovano. Il “pêssego” o “persego” in veneto e la “cereja” cioè “sareza”. Altri riferimenti culinari vengono estrapolati da combinazioni di origine religiosa, come “banho-maria”, o “barrigas-de-freira”, letteralmente “pance-di-suora”, dolce tipo budino. Rispetto alle parti del corpo, “barriga” è pancia, ma “pança” esiste quando è grossa, mentre il “tallone” in brasiliano è “calcanhar”, simile a “calcagno”; “dito”, ossia in veneto “deo”, è “dedo” in portoghese. La locuzione “sentarse na cadeira” è “sentarse na carega”. Alcuni anziani veronesi e bellunesi, per “la ruota della macchina” dicono ancora “a roda dea carretta”, in portoghese, “a roda do carro”. “Reoio” è in portoghese “relojo”, “toaia” è “toalha”, “zugo” è “jogo”. Sono rimasti alcuni nomi di animali, ma in italiano acquisiscono specificità o senso figurato. “Mucca” diventa in portoghese “vaca”, mentre per noi rimane con accezione di “mucca che ha già figliato” o con valore volgare; “bue” è “boi”, come lo dicono i padovani; “maiale” è “porco”, da cui la locuzione “Qué porcaria!” Alcuni pronomi soggetto, nello specifico “lei” e “lui”, si traducono con “ela” e “ele”, simili al vicentino-veronese “ela” e “elo”; “par ti” ricalca “para ti”. Un caso particolare di utilizzo verbale, a sud del Brasile, è “te copo”, con uguale valore veneto, ma in altre zone il verbo esiste solo con valore di “tagliare, tosare”; anche “te bato” coincide; il verbo “catar” vuol dire “frugare per trovare”, come “catare i radici”, da cui “cata-festas”, una specie di “scova-feste”, una persona sempre informata sulle ultime feste; “cavar”, ossia “togliere”, rimane con il significato di “zappare” oppure “incavare” le maniche di una maglia. “Zontar legna nel fogo” è identico al portoghese “juntar lenha no fogo”. “Sò mojo” si traduce con “estou molhado”. Esistono il “reverso da medalha”, o “fora de cá”, no canto”, “vou com pressa”. Di grande rilevanza è la trasposizione di strutture sintattiche dei dialetti italiani in realizzazioni del portoghese: “me vien su la rabia” diventa “me vem p’ra cima a raiva”; “me go ciapà co le braghe in man” si traduce in “me peguei com as calças na mão”; “vien oncora la da noaltri” si usa con “vem ainda lá de nós”.

 

Esistono luoghi non sottolineati, meno consoni allo stereotipo del Brasile, paesi interamente popolati da oriundi. Laggiù, dove i cognomi sono veneti, le tradizioni sono nostrane, la lingua è assolutamente originaria, e soprattutto l’orgoglio e la fierezza della veneticità sono autentiche, è come ritornare a casa, il luogo familiare dell’infanzia, in cui il tempo non ha modificato lo spirito intrinseco di un popolo. Avvicinarsi a tale realtà accresce la sensibilità rispetto ai valori di un’appartenenza linguistica primordiale in una terra itinerante.

In nessun ambito come nell’insegnamento del talian si avverte un’apertura significativa soprattutto a livello umano, intimo, rudimentale, in cui trasmettere una lingua è proiettarla a una cultura, una società, un’appartenenza.

 

Da un personale punto di vista, insegnare il talian diviene una missione. Significa salvaguardare la sorte di una lingua minoritaria, essenziale perché simboleggia e identifica il gruppo sociale a cui apparteniamo, e insieme ci integra in un tessuto culturale alieno. Acquisisce quindi il valore estremo istintivo e ancestrale dell’esistere, che riconduce il quotidiano a esperienze già vissute, atte a fungere da guida e proporzionare sicurezza. Il talian rimane considerevole perché è il nostro idioma originario, fratello dell’”italiano-toscano”, contenitore di una finalità funzionale alle esigenze di comunicazione di molte persone. Insegnarlo, per me, però, è un privilegio, un dovere morale come cittadina, una forma di apprezzamento per le mie origini, e infine un immenso orgoglio da condividere.

 

1 Il seguente articolo è una versione aggiornata di quello pubblicato in portoghese sulla Rivista Italiano UERJ (n. 2, 2011).   

 

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