Settembre 2013  Supplemento alla rivista EL.LE - ISSN: 2280-6792
Direttore Responsabile: Paolo E. Balboni
Educazione plurilingue in età precoce. Intervista a Simona Montanari di Paolo Torresan

ABSTRACT

Condividiamo con il lettore l’intervista che realizzammo lo scorsa primavera alla Dott.ssa Simona Montanari, professoressa di Acquisizione della Prima e Seconda Lingua nell’infanzia nel Dipartimento di Child and Family Studies della California State University, Los Angeles.

 

L’INTERVISTA

Gentile Prof.ssa Simona Montanari, Le sottopongo, per prima, una domanda che molti colleghi che insegnano all’estero e che crescono i figli parlando loro in più di una lingua si fanno. Come promuovere al meglio un’educazione bilingue? Quali accorgimenti deve avere il genitore? E ancora, c’è un numero massimo di lingue a cui un bimbo può essere esposto ai fini del loro apprendimento? Qual è l’età in cui l’esposizione a più lingue conduce ai risultati migliori? 

 

Crescere bambini bilingui negli Stati Uniti – o in luoghi dove la cultura dominante è fondamentalmente monolingue – non è facile. Molti pensano che sia sufficiente parlare al bambino in italiano per crescerlo bilingue. In realtà se non si usano strategie particolari che mettano l’italiano o la lingua di minoranza in primo piano il risultato è spesso il bilinguismo passivo, ovvero il bambino capisce ma non parla – o parla in maniera limitata – l’italiano.

Perciò una strategia importante per la promozione del bilinguismo in contesti monolingui è usare sempre e incoraggiare fondamentalmente la lingua di minoranza nei primi quatto o cinque anni di vita del bambino. Questo vuol dire che genitori, parenti, babysitter, o chiunque sappia l’italiano dovrà usarlo il più possibile per massimizzarne l’esposizione e far sì che entro i cinque anni il bambino abbia una base relativamente solida in questa lingua. Bisogna inoltre socializzare il bambino a rispondere sempre in questa lingua per evitare che il genitore parli l’italiano e il bambino risponda in inglese.

La lingua di maggioranza – l’inglese nel contesto degli Stati Uniti – deve essere introdotto molto gradualmente, assicurandosi che non diventi la lingua dominante in questi primi anni. Se ciò avviene il bambino inizierà a preferire l’inglese e l’uso e la pratica dell’italiano verranno sempre più limitati, causando una sempre maggiore difficoltà con questa lingua, una situazione che sarà difficile da capovolgere. Se il bambino invece è dominante in italiano a cinque anni non avrà difficoltà ad imparare l’inglese visto che questa è la lingua di maggioranza, la lingua in cui avverrà l’istruzione, insomma, la lingua che tutti parlano al di fuori della casa.

Ci sono molti studi che dimostrano che l’età migliore per introdurre più lingue è l’infanzia. A quest’età il bambino impara una, due o tre lingue in maniera naturale, come se fossero ‘prime lingue.’ Molti studi hanno seguito lo sviluppo linguistico bilingue e concluso che l’esposizione simultanea a due lingue non rallenta affatto l’apprendimento linguistico e lo sviluppo cognitivo. C’è molta meno ricerca sul trilinguismo simultaneo e niente, che io sappia, sull’apprendimento simultaneo di quattro o più lingue. Una cosa è certa però: la ricerca indica che il bilinguismo produttivo (il bambino parla entrambe le lingue) richiede un’esposizione minima ad una lingua del 25%. Ciò significa che con quattro lingue si rischia che il bambino produca ben poco sia in una che nelle altre lingue. C’è anche il rischio che lo sviluppo linguistico non sia sufficiente per sostenere lo sviluppo cognitivo. Quindi, in genere, suggerisco di limitare il numero di lingue nella prima infanzia a tre. Ovviamente, quando il bambino ha già una buona base in queste lingue, si possono assolutamente introdurre altre lingue, magari tramite la scuola d’infanzia o la scuola primaria.

 

 

Ci può parlare dei programmi multilingue presenti in California? Può fornire qualche consiglio ad amministratori e insegnanti?

Gli ultimi dieci anni hanno visto in California una vera e propria ‘esplosione’ di programmi dual language o di immersione, in cui l’istruzione avviene quasi esclusivamente o parzialmente in una lingua straniera, almeno negli anni della scuola primaria. Il distretto scolastico di Glendale, nella contea di Los Angeles, offre programmi di immersione in sette lingue diverse (spagnolo, armeno, coreano, tedesco, italiano, giapponese e francese) e il 27% dei suoi studenti di prima elementare sono stati istruiti in due lingue quest’anno. Anche il distretto scolastico di San Francisco ha molti programmi di dual language. Questi programmi sono in genere pubblici, aperti e tutti, e si propongono di istruire bambini che parlano solo inglese insieme a bambini che parlano la lingua straniera.

La ricerca dimostra che programmi di questo tipo hanno molto successo poiché i bambini in genere diventano bilingui e sviluppano la capacità di scrivere e leggere sia in inglese che nella lingua straniera anche quando questa lingua era completamente sconosciuta all’inizio del programma. Inoltre, molti studi dimostrano che bambini in programmi bilingui a lungo termine raggiungono un livello accademico superiore a studenti istruiti in una sola lingua. L’istruzione bilingue aiuta, infatti, il bambino a sviluppare flessibilità di pensiero, l’abilità di pensare e risolvere problemi in maniera originale e creativa, ad approfondire la propria conoscenza della lingua o delle lingue e dei suoi elementi, e ad assorbire il materiale scolastico in modo più approfondito. Ciò avviene perché l’apprendimento di tale materiale in un’altra lingua richiede maggiore sforzo cognitivo e maggiore concentrazione da parte del bambino.

Se amministratori ed insegnanti sono interessati ad offrire un programma di immersione nel proprio distretto scolastico, è molto importante che conoscano la ricerca e sappiano come implementarli. I modelli standard sono quelli del 90:10 o del 50:50. Nel primo modello, tipico per lingue scritte con lo stesso alfabeto, il 90% del programma viene insegnato fondamentalmente nella lingua straniera nei primi due anni di scuola. L’istruzione in inglese è limitata ad un 10% della giornata scolastica inizialmente, per poi aumentare gradualmente nelle classi successive. A partire dalla quinta elementare, il 50% dell’istruzione avviene in inglese e l’altro 50% nella lingua straniera. In programmi 50:50, tipici per lingue che hanno alfabeti diversi come l’inglese e il cinese o il coreano, l’istruzione avviene al 50% in ogni lingua per tutta la durata della scuola primaria.

Amministratori ed insegnanti interessati a far partire programmi di immersione devono anche avere a disposizione fondi per sviluppare il programma, esperti in ogni lingua per preparare strumenti per la valutazione, e ovviamente insegnanti che siano modelli adeguati sia nella lingua straniera che in inglese. Insomma l’implementazione di tali programmi non è facile e si consiglia di consultare ampiamente sia la ricerca che esperti nel campo per poter creare il miglior programma possibile.

 

 

Quali carte giocare da un punto di vista psicologico per stimolare gli alunni a imparare una nuova lingua, specie se a questa (come può capitare con l’italiano) non sono esposti oltre all’orario scolastico?  

Come ne ho parlato sopra, è molto importante in contesti monolingui e monoculturali spingere tanto la lingua di minoranza, a volte a scapito dell’inglese. Infatti, anche se biologicamente il momento ideale per imparare due lingue è dalla nascita, spesso suggerisco a genitori che parlano entrambi la lingua di minoranza di esporre il bambino solo a quella lingua, almeno fino a due o tre anni, per assicurarsi che il bambino davvero sviluppi la lingua di minoranza come prima lingua. In un contesto sociale in cui la lingua di maggioranza è così dominante – come l’inglese negli Stati Uniti – i bambini infatti avranno tante opportunità per imparare questa lingua, anche se ne saranno esposti per la prima volta nella scuola d’infanzia e nei primi anni della scuola primaria.

Ovviamente la situazione è completamente diversa per bambini che imparano una lingua straniera in programmi di immersione e a cui non sono esposti oltre all’orario scolastico. Idealmente la scuola dovrebbe creare più opportunità possibili nel dopo scuola per esporre ulteriormente i bambini a questa lingua in un contesto non accademico. Inoltre i genitori dovrebbero cercare altre opportunità per aumentare l’esposizione e l’uso della lingua di minoranza nei propri figli: per esempio, incontri con altri genitori i cui figli parlano la lingua straniera, l’uso di musica e programmi televisivi nella lingua di minoranza, e idealmente un viaggio nel paese in cui questa è la lingua di maggioranza. Ovviamente tutto ciò non è facile e molto spesso il risultato in questi casi è che la lingua d’istruzione rimane proprio una lingua legata solo all’ambito scolastico.

 

 

Alcuni sostenitori dell’educazione bilingue rivendicano che essa può comportare benefici che vanno al di là dell’acquisizione linguistica, generando una maggiore flessibilità cognitiva nel parlante. Le risulta che sia un’ipotesi fondata o la realtà è più complessa e sfaccettata?

Sì, assolutamente sì. Se il bilinguismo inizia nell’infanzia e se i bambini raggiungono livelli di competenza relativamente alti i vantaggi del bilinguismo sono numerosi. Oltre ai vantaggi ovvi del bilinguismo, dal punto di vista lavorativo, relazionale e comunicativo, molti studi hanno dimostrato che il bilinguismo nell’infanzia porta a cambiamenti cerebrali e a vantaggi cognitivi. Anzitutto, risultati di diverse ricerche dimostrano che i bambini bilingui hanno effettivamente uno stile di pensiero più creativo e divergente, cioè una maggiore facilità nel produrre numerose idee, spesso nuove, e a risolvere problemi in maniera originale. Il bambino bilingue, infatti, ha due parole per un solo oggetto o concetto, e perciò il suo campo semantico per lo stesso oggetto o concetto è più ampio di quello di un monolingue. Ciò gli permette di concettualizzare qualsiasi problema in modo più complesso e diversificato e di arricchire o modulare il suo pensiero usando due e non una lingua. Questa capacità di ragionare contemporaneamente su concetti appartenenti a categorie diverse si traduce in maggiori possibilità di analisi e di sintesi e gestione della complessità.

Essere bilingui permette anche di ragionare sugli aspetti grammaticali e non solo sul contenuto del messaggio linguistico: questa riflessione sulla lingua in quanto oggetto – chiamata metalinguistic awareness – si manifesta più precocemente nel bambino bilingue che nel monolingue. Usare e paragonare due lingue diverse permette al bambino di diventare più consapevole della variazione linguistica e grammaticale. Questa conoscenza intuitiva della struttura delle lingue offre un vantaggio ai bambini bilingui nell’apprendimento di una terza o quarta lingua.

Inoltre, il bambino bilingue sviluppa una maggiore sensibilità comunicativa: la consapevolezza che l’interlocutore può non conoscere la lingua in uso obbliga il bambino a riflettere più spesso su quale lingua scegliere e su quali accorgimenti comunicativi seguire. Questa maggiore sensibilità nei rapporti con gli altri risulta in una maggiore attenzione ai bisogni dell’interlocutore e ad un’interpretazione più adeguata degli aspetti verbali e non della comunicazione.

Infine, un altro vantaggio riguarda le abilità di attenzione e di concentrazione. I bambini bilingui sviluppano, infatti, un meccanismo d’inibizione che consente di mantenere separate le due lingue e di dirigere l’attenzione verso uno dei due sistemi linguistici. In questo modo si possono limitare le intrusioni di una lingua sull’altra. Essendo i bilingui costretti a questo sforzo mentale fin dalla nascita, hanno per così dire un’attenzione più allenata e riescono ad ignorare le distrazioni più facilmente rispetto ai monolingui. Una cosa interessante è che questa capacità di attenzione e di concentrazione si osserva anche in situazioni non linguistiche.

 

 

Lei è a cavallo tra due mondi: cosa divide e cosa unisce l’Atlantico e il Mediterraneo in termini di educazione linguistica?

Premetto che la mia specialità è la psicologia infantile e non sono un’esperta dei metodi e strategie d’insegnamento delle lingue straniere in Europa. Nonostante ciò, la mia esperienza ha rivelato più differenze che somiglianze fra l’Europa e l’America in termini di educazione linguistica. In Europa, non solo si apprezza ed incoraggia il bilinguismo o il plurilinguismo fin dall’infanzia; la situazione socio-politica fa sì che ogni cittadino europeo conosca almeno due lingue e si sappia muovere facilmente da cultura a cultura e da lingua e lingua. In alcune zone dell’Europa, dove la maggior parte della popolazione è plurilingue, tematiche legate al plurilinguismo sono all’ordine del giorno.

Negli Stati Uniti, il bilinguismo viene visto, per ragioni storiche e politiche, come fenomeno legato all’immigrazione, come fenomeno che caratterizza i più poveri, i meno istruiti, coloro che, poiché parlano un’altra lingua, non sanno l’inglese. Di conseguenza, il bilinguismo non tende ad essere apprezzato ed incoraggiato. Stati come l’Arizona, la California e il Massachusetts, che hanno una vasta popolazione plurilingue, hanno passato, negli ultimi quindici anni, delle leggi English-only, con cui è stata praticamente abolita l’istruzione bilingue nelle scuole con lo scopo di insegnare l’inglese rapidamente ai bambini non anglofoni. Le conseguenze di questa politica linguistica abolizionista sono state devastanti: molti di questi bambini hanno dimenticato la lingua madre perdendo la capacità di comunicare con i membri della propria famiglia, che spesso non parlano inglese. Inoltre questa politica non ha aiutato i bambini non anglofoni a livello accademico poiché la mancanza di sviluppo della prima lingua può portare ad un apprendimento limitato della seconda lingua e ad uno scarso rendimento scolastico a lungo termine.

Altra prova che gli Stati Uniti rimangono fondamentalmente monolingui è il fatto che le lingue straniere, in genere, non sono introdotte prima della scuole superiore, quando è ben troppo tardi sviluppare una buona competenza in una seconda lingua. Lo studio di queste lingue rimane inoltre un fenomeno puramente scolastico e in genere, anche dopo vari anni d’istruzione in una lingua straniera, il livello di competenza rimane basso. Insomma è ovvio che una persona istruita in America al giorno d’oggi tende ancora ad essere monolingue e monoculturale.

La speranza è che i programmi di dual language di cui abbiamo parlato portino a un cambiamento di mentalità e di visione. Molti genitori in aree geografiche liberali come la California sembrano consapevoli dei vantaggi del bilinguismo e sono disposti a fare di tutto per crescere figli che sappiano un’altra lingua e che possano competere nel mondo globalizzato di oggi. Mi auguro che questo fenomeno non rimanga relegato alla classe medio-alta californiana ma coinvolga tutta l’America – l’America ricca e quella povera, l’America urbana e quella rurale – e che gli Stati Uniti di domani diventino più aperti al plurilinguismo e al multiculturalismo e più in sintonia con il resto del mondo. 

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