Settembre 2008  Supplemento alla rivista EL.LE - ISSN: 2280-6792
Direttore Responsabile: Paolo E. Balboni
Balcani, un presente remoto. Alcune coordinate culturali per insegnanti di lingua italiana di Lorenzo Guglielmi

La geografia, per un occidentale sprovveduto, si fa sempre più vaga. Felix Hartlaub [...] osservava - quando era stato mandato in quella "giungla sudorientale" - che dopo Belgrado incominciava, nella sua mente, una nebbia confusa che gli rendeva vaghe e imprecise quelle terre balcaniche in cui si trovava, e si chiedeva dov'era. E anch'io, aspettando l'autobus a Kladovo, mi domando dove sono.

(Claudio Magris, Danubio)

 

Nel terrore di uomini e donne del XIV secolo pesava di più il fatto che gli ottomani non erano pagani che si potevano convertire, ma “infedeli”, irriducibili avamposti dell’inferno.

(Georges Castellan, Storia dei Balcani XIV-XX secolo)

 

Per il modo in cui la Serenissima aveva trattato i suoi Morlacchi, in passato io guardavo Venezia di malocchio; fino a quando non venni a sapere che anche Dubrovnik, l’antica Ragusa, aveva un mercato di schiavi e vendeva questi miserabili portati in città dal suo retroterra slavo. Allora mi sono rassegnato. Venezia non può essere cancellata dalla nostra storia, fin troppo intrecciata con la sua.

(Predrag Matvejević, L'altra Venezia)

 

 

 

ABSTRACT

 

Questo articolo è stato scritto con l’intenzione di fornire un’introduzione ai Balcani, area geografica e culturale dove l’interesse verso la lingua e la cultura italiana è da anni in forte crescita, ma della quale si sa ancora molto poco, nonostante la vicinanza geografica. Rappresentare i Balcani significa attraversare un terreno spinoso di stereotipi (in gran parte negativi), veicolati da un lessico ben preciso.

I Balcani possiedono un proprio spazio semantico che intreccia nozioni geografiche, storiche, antropologico-culturali, spesso in modo discontinuo e incoerente.

L’intento è quello di superare la visione di questo “confine” incerto, vissuto come scontro di identità (oriente e occidente), secondo una retorica che tende ad ignorare la profondità dei legami tra queste due parti del nostro continente europeo. Accanto ad alcune coordinate culturali, ho cercato, a partire da un’esperienza triennale di lettorato “free lance” in Serbia, di gettare le basi per aprire un confronto sui possibili orientamenti di promozione e sviluppo della lingua italiana nei Balcani, terreno sul quale sono impegnati tutti i colleghi che hanno partecipato alla creazione di questa sezione specialistica del Bollettino ITALS.

 

 

 

 

1. UNO SPAZIO DALLE MAPPE MUTEVOLI

 

Nell’etimologia i Balcani richiamano un significato generico e vago, cui fanno da contraltare molteplici definizioni. Le coordinate geografiche, geopolitiche e storico-culturali non di rado confluiscono o divergono, sconfinando nel territorio della metafora o dell’allegoria.

La percezione europea dello spazio balcanico e, simmetricamente, il modo in cui popoli europei del sud est guardano alla propria identità balcanica compongono un ricco immaginario non privo di stereotipi o falsi miti, che spesso coesistono in modo contradditorio.

Balkan in turco significa nè più nè meno “montagna” (Garde, 1996 : 7). E qui nasce il primo problema e cominciano gli equivoci. Dove li collochiamo questi Balcani?

La Bosnia e la Bulgaria, in questo senso, appartengono rispettivamente ai Balcani occidentali e sud orientali, ma secondo certe interpretazioni non sarebbe possibile esprimersi, per esempio, con altrettanta certezza nei confronti di tutti i territori convenzionalmente attribuiti a questa Penisola, incastonata tra i mari Adriatico, Egeo e Nero.

Sintomatico in tal senso è l’uso che si continua a fare degli antichi toponimi.

In Serbia, per esempio, la regione settentrionale della Vojvodina viene spesso chiamata, anche in modo scherzoso, Mare Pannonicum, per separarla dal Balkan, che anticamente era conosciuto come Haemus - in greco Haimos.

Se oltrepassiamo la Sava nella sua spettacolare confluenza con il Danubio, dal cuore di Belgrado in direzione Budapest o Timisoara il Balkan declina nelle pianure danubiane. Il paesaggio naturale e umano, usciti dalla cintura metropolitana belgradese, presenta una cesura estetica.

Città e villaggi cambiano radicalmente forma, comunicandoci visibilmente qualcosa di preciso sul rapporto tra uomo e spazio e sul diverso modo di organizzare la vita, sia urbana che rurale. La fertile pianura della Vojvodina, con la sua terra color antracite è il granaio dei Balcani.

Petrovaradin, nucleo originario della città di Novi Sad, è un borgo la cui fortezza maestosa e ben conservata domina sulla grande “strada senza polvere”. Così veniva nominato il Danubio per distinguerlo dalla durezza dei caravanserragli balcanici. Il nome Petrovaradin è già un emblematico crocevia linguistico: è “petro” come pietra in greco, “var” in ungherese come città (varosh in turco) e “din”, che in turco significa fede. Secondo l’interpretazione popolare è “la città su una pietra solida come la fede”.

Nel 1687, a 150 anni dall’assedio turco, Petrovaradin tornò saldamente in mani austriache, diventando un modello difensivo ideale, denominato anche “Gibilterra danubiana”. L’Europa “rientrava nei Balcani”, qualcuno direbbe.

Poco più a sud, su un’altra sponda dello stesso fiume, Belgrado sarebbe stata ancora a lungo un pascialato, con la sua fortezza Kalemegdan - che in turco significa “campo di battaglia” - conquistata dai turchi di Mehemed II nel 1521 e rimasta saldamente nelle loro mani fino al 1867 – fatta eccezione per un ventennio di occupazione austriaca tra il 1718 e il 1738.

Eppure furono proprio gli esodi di massa di serbi dalla regione del Kosovo verso l’austrungherese Vojvodina (l’esodo del 1690 è reso celebre dalle pagine del romanzo Migrazioni di Miloš Crnjanski) a dare un forte contributo alla costruzione di una coscienza di sé come popolo (Castellan, 1999: 12) . Novi Sad da città di frontiera dell’impero asburgico nell’ottocento si trasformava in Atene serba, centro di irradiamento di una nascente cultura nazionale. I Balcani così “entravano” in Europa.

I nostri libri di storia pur sfiorando tutte queste vicende, non mancano di definire la Serbia come Piemonte dei Balcani, paragone che poco meno di un secolo fa già appariva alquanto forzato1 (Pirjevec, 2005). I Balcani, d’altronde, hanno cominciato a avere un peso per i grandi stati europei a partire dall’ottocento. Non è poi molto che abbiamo incominciato ad avere contatti più intensi, a livello di massa.

Il “secolo breve”, dal 1912, è stato una serie praticamente ininterrotta di guerre, fino al ‘45. Poi la guerra fredda si è conclusa con la caduta del muro di Berlino nel 1989 ma, in senso tragico, nel 1991 con l’implosione della Jugoslavia non allineata e con una generale ripresa dei conflitti interetnici anche in ex Unione Sovietica, con particolare riferimento al Caucaso. I revival etno-nazionali e religiosi del post socialismo sono divenuti presto un modello di riferimento per gli ideologi dello scontro delle civiltà.

Le difficili transizioni dell’intera “area ex” certo non hanno certo facilitato uno scambio sereno di esseri umani e cultura.

Oggi a guardare il Danubio tutto sembra scorrere con calma apparente. Pesanti chiatte cariche di legname e nafta, yacht e navi da crociera cariche di ricchi turisti con grazia di libellule hanno ricominciato a navigarne il tratto serbo, restituendogli un volto, dopo l’isolamento degli anni novanta.

I segni dei bombardamenti NATO del 1999 però sono ancora presenti.

E’ proprio in posti come questi che si vede quanto sia ancora fragile l’Europa. Questi sono luoghi che pongono più domande che risposte.

Se proseguiamo la navigazione sulla “strada senza polvere”, in poche ore da Petrovaradin è possibile raggiungere la Romania, da poco entrata nell’Unione Europea2, a diciotto anni dalla violenta caduta del regime di Ceausescu.

Rispetto ai Paesi vicini, la Romania seppe mantenere una certa indipendenza dal giogo ottomano, grazie alla parziale autonomia dei principati di Valacchia e Moldova, mentre regioni come Transilvania e Banato conobbero anch’esse la dominazione austriaca.

In Romania i legami storici con il centro Europa e con la Francia convivono con un secolare dibattito sulla “questione orientale” e sul senso dell’appartenenza al “mondo bizantino”. La Bucarest del XVII secolo, infatti, mostrava maggiori affinità con il Cairo o Gerusalemme che non con Roma, Parigi o Vienna (Joiţa, 2003: 3), ma l’intellettualità romena già nell’ottocento avrebbe rivolto il proprio sguardo all’Europa, in particolar modo alla Francia.

Oggi le vie e i boulevard di Bucarest mescolano incanto e terrore, tra i palazzi in stile parigino inizio novecento e le megalomanie edilizie dell’epoca di Ceausescu – come un ultimo residuo di “dispotismo orientale” nella veste moderna del totalitarismo.

Dal nostro punto di vista è dunque molto più produttivo guardare alle molteplici osmosi culturali che si sono create (e si vanno creando) tra diverse parti del nostro continente europeo, anziché tagliare in modo netto delle linee divisorie, che alla fine risulterebbero innaturali.

Negli ultimi anni il marchio “SEE countries” neutralizza il linguaggio e semplifica le definizioni, soprattutto in sede di europrogettazione. Sud ed Est sono concetti che tagliano confini netti e precisi. E’ una necessità burocratica, ma dal punto di vista identitario significano ben poco. Non è un caso che nel linguaggio parlato, quando ci si trova a discutere con i locali di progetti con fondi europei, soprattutto se nella loro lingua, quasi tutti facciano riferimento ai Balcani, al Mediterraneo e al Danubio per includersi in essi o escludersene.

 

 

2. OLTRE LA BALCANIZZAZIONE

 

Negli ultimi anni i Balcani tendono ad essere più che altro un’allegoria negativa ad uso e consumo dei mass-media. Lo spettro della balcanizzazione arriva fin dove le identità politiche e culturali dimostrino tendenza a frammentarsi in esasperati conflitti etno-nazionali, minando le basi della convivenza civile e democratica.

I Balcani affascinano, disorientano, a volte creano senso di rigetto e spavento sia fuori che al loro interno. A casa nostra certa politica xenofoba per darsi un tono più raffinato ci parla di “balcanizzazione dell’Italia”, non in senso antibalcanico ma con generico riferimento alla minaccia di una società multietnica – a maschera del qualunquismo. Eppure anche loro avrebbero più di qualche difficoltà a collocare i Balcani.

Il termine “balkanac” in Croazia o in Serbia, per esempio, può designare l’erzegovese, il bosniaco il contadino, il profugo di guerra non urbanizzato, il provinciale arricchito etc. In Romania - come notava il critico Tudor Vianu il termine rappresentava “...una categoria inferiore, degna piuttosto di essere combattuta e, secondo le possibilità, annullata” (Joiţa, 2003: 3). Nei media della Vojvodina, regione meno estesa dell’Emilia-romagna, ma con oltre venti etnie e 12 lingue (Tirova, 2006)3, il primo accenno di tensione etnica fa parlare di balkanizacija. Gli sfollati serbi dalla Bosnia e dal Kosovo - i došljaci - parlano la stessa lingua dei connazionali voivogiani, ma sono balkanci. Certo non si tratta di un uso esclusivo, quanto di una potenziale risorsa semantica, pronta per l’uso ogni qual volta si voglia distinguere il “noi” dal “loro”.

La presenza dell’Altro genera a tutte le latitudini la comune paura di allontanarsi dalla cultura europea e mediterranea. E allora si dà del balcanico, che a volte è un po’ come dare del “terrone-mafioso” o comunque del “primitivo4”, un po’ pigro e caciarone, più incline a una vita di espedienti che al lavoro5.

I meccanismi di costruzione delle fobie collettive si assomigliano un po’ ovunque, per cui si arriva a parlare di “balcanizzazione delle crisi” per remote regioni dell’Africa Nera, del Centro Asia o del Caucaso! E pensare che in materia di complessità etno-linguistica, rispetto a certi stati caucasici o africani, i Balcani non sono che dei “principianti”.

Si parla di balcanicità come una paternità da rivendicare per queste crisi, dimenticando che mater semper certa est: l’Europa. Quella stessa Europa che da sempre promuove incondizionatamente e con leggerezza il diritto all’autodeterminazione in un’area dove la disomogeneità etnica è irriducibile agli schemi “ideali” e anacronistici dello Stato nazione.

Gli anni novanta con le guerre jugoslave hanno contribuito a cronicizzare tale “deriva semantica”, ma i fantasmi vengono da molto più lontano, come fa notare la storica bulgara Maria Todorova nel suo saggio “Immaginando i Balcani”. E’ sempre a Sarajevo che si ritorna.

L’assassinio di Francesco Ferdinando ad opera di Gavrilo Princip certo non fu il primo regicidio, ma nell’immaginario ha finito per generare l’opinione più o meno strisciante che la colpa della tragedia della prima guerra mondiale fosse attribuibile alla “selvatichezza” di quei popoli, che non sanno bene nemmeno loro come definire se stessi. Era più facile trovare un capro espiatorio che guardare il “parquet marcio” di casa propria, su cui le elite continuavano a ballare il walzer, nel crepuscolo degli imperi – come scriveva il romanziere Joseph Roth.

E’ proprio tra le guerre balcaniche del 1912 e l’assassinio di Sarajevo che in Europa il Balkan dissipa in modo irreversibile quel po’ di esotismo (e del suo stereotipo positivo) guadagnato in secoli di cronache di viaggiatori, mercanti e diplomatici, per scivolare nel regno del nefasto.

In realtà, questo ribaltamento di prospettive era già iniziato a poco a poco nell’Ottocento, con i primi bruschi “risvegli nazionali” e i vari risorgimenti, inaugurati dalla prima rivolta serba del 1804.

Così i volontari arrivavano in Grecia imbevuti di romanticismo ellenista e al posto di immaginari eroi biondi si trovavano di fronte a contadini malvestiti, neri di carnagione, piegati da una vita durissima.

Io penso che sia necessario restituire una dimensione storica e razionale alla questione balcanica, con l’intento di recuperare alcuni aspetti che possono aiutarci a capire il presente.

I Paesi europei, soprattutto Francia, Inghilterra, mondo germanico e Russia, sono sempre stati attivi su questo piccolo ma complicato scacchiere.

I popoli balcanici hanno sviluppato una loro coscienza nazionale ricevendo due modelli ideali dall’Europa occidentale: lo Stato-Nazione francese e la democrazia parlamentare inglese (Castellan, 1999: 14).

Tutto l’ottocento è un cantiere di progetti nazionali. Il “cortocircuito balcanico” si genera nel momento stesso in cui si comincia a sperimentare la sostanziale inapplicabilità del primo e le difficoltà di attivazione del secondo in società multietniche e multiconfessionali a lungo dominate dal dispotismo orientale (Castellan, 1999: 14). Questi due tratti sociopolitico-culturali, così caratterizzanti, sono sostanzialmente il prodotto di circa cinque secoli di dominazione ottomana.

Il patrimonio filosofico, storico e politico illuminista e romantico irrompe ai margini dell’Europa grazie a giovani forze intellettuali che migrano verso capitali come Vienna, Parigi e Pietroburgo. Queste spesso partono senza precise idee politiche. A volte ritornano un po’ confusi, ma con il senso della missione nazionale – che diventa una spina nel fianco degli imperi.

Se le identità etniche, inoltre, erano già ben presenti e strutturate, come dimostra l’esistenza dei nomi delle etnie, la costruzione delle culture nazionali nasceva sotto l’influsso dominante della cultura romantica - il misticismo politico di Herder e il sistema di storia slava di Von Schlozer, ma anche una filosofia della storia ispirata alla ciclicità di Gian Batista Vico (Bianchini, 1994).

La potenza demografica, l’estensione dal Baltico al Pacifico e l’aura mitica di popolo giovane e “omogeneo” sembravano presupposti per un avvenire luminoso per gli slavi, dopo greci, latini e germanici. Il confronto culturale tra panslavismo e dialettica tra identità nazionali è tuttora un tratto saliente di questa parte dell’Europa.

Una certa visione del diritto di impronta storico-romantica, sebbene non sia di certo appannaggio esclusivo dei popoli dell’est, rappresenta ancora una risorsa culturale molto forte.

Un primo trapianto non del tutto riuscito di alcune idee occidentali è dunque divenuto terreno di una lunga rimozione, dall’ottocento ai giorni nostri. E questa rimozione riguarda il nostro mondo. Si dimenticano le violente cacciate degli arabi e degli ebrei dalla Spagna con la Reconquista, o ancor prima, quella degli ebrei dall’Inghilterra del XII secolo, i roghi dell’Inquisizione, le guerre di religione in Francia e Germania e i lunghi e violenti processi di omogeneizzazione sociale necessari a creare gli Stati nazione.

Ma se guardiamo al continente europeo superando lo schema rigido di un occidente avanzato e un’area mediterranea-orientale arretrata, è curioso notare come proprio gli ebrei spagnoli sefarditi trovarono nei Balcani un nuovo habitat favorevole, successivamente alla Reconquista, e questo per secoli. Più tardi sarebbero arrivati gli ashkenazi respinti dagli zar. Assieme ai loro rivali commerciali armeni questi gruppi furono le comunità di minoranza più ricche e colte di tutta l’area (Castellan, 1999 : 23-24). Fino all’invasione nazifascista.

Furono proprio gli ebrei a fondare la prima tipografia di Costantinopoli nel 1491. Quello stesso humus orientale che arrivava in modo estremamente visibile a impregnare la cultura della Serenissima, che tuttora costituisce un punto di osservazione molto originale sull’est.

In questo senso, la fissazione dei Balcani in un’immagine di arretratezza è più un’operazione successiva, da ricollegarsi al cambiamento di mentalità che avviene con la rivoluzione industriale, parallelamente al diverso ruolo che giocano i Balcani nel destino dell’Europa a partire dall’ottocento.

Oggi i corridoi 8-5-10 certo non richiamano la Via della Seta, popoli erranti come ebrei e armeni e rom, spezie e tessuti, ma autostrade, tir carichi di merci standardizzate, metano, petrolio, pipelines – numeri per una lotteria geopolitica verrebbe da dire, in un’area dove l’ONU ha decretato il proprio fallimento mentre i vecchi schemi delle sfere di influenza (Russia, Stati Uniti, Centro-Europa e Turchia) si ripropongono ma faticano a creare una stabilità. Le rotte di terra tra l’Asia e il Centro Europa sono le solite, obbligate. Per i Balcani si passa comunque.

Non credo che questa complessità di fattori politici, economici e culturali possa esser definita ancora balcanizzazione.

Tuttavia l’uso di una semplice parola con tutti i suoi derivati può dissimulare il senso di inadeguatezza di fronte al presente e la mancanza di strumenti per affrontarlo, la non volontà di guardare ai problemi della convivenza che certo non sono prerogativa dei Balcani e o, specularmente, la volontà di non comunicare i reali interessi in campo.

L’immagine del “selvaggio levante”, violento e insondabile è funzionale a determinare e preservare strutture di interesse.

La “sindrome” dei Balcani esprime dunque linguaggi, atteggiamenti e forme di pensiero, espressioni e modalità comunicative che tuttavia può valer la pena descrivere e interpretare, senza mai perdere di vista le relazioni con lo sfondo di variabili economiche, sociali, religiose. A un certo utilizzo delle parole accentuandone in modo più o meno velato certi significati corrisponde un “software mentale” – concetto coniato da Hofstaede.

Nei Balcani, come in ogni area di conflitto, è quasi vent’anni che si enfatizzano le interpretazioni monotematiche, ponendo a fondamento di tutto nazionalismi e fanatismi religiosi, dimenticando che ogni transizione o guerra porta con sé una nuova fase di accumulazione di capitale e determinati cambiamenti nelle strutture di potere a tutti i livelli, con l’affermarsi di nuove mentalità e il riemergere di vecchie, spesso in inedite combinazioni.

 

 

3. ALLA RICERCA DI ALTRI SENSI

 

Credo che vi siano mille buone ragioni per abbandonare la negatività dei Balcani e mettere in invece in luce la ricchezza di questa regione, di cui sappiamo ancora molto poco.

L’intelligentsija nei Balcani spesso è stata e continua ad essere migrante.

Questo tema resta uno dei nodi centrali nella cooperazione tra università e mondo delle imprese tra Paesi UE e Paesi SEE: far sì che le nuove forme di mobilità che si stanno sviluppando e ridefinendo in entrambi i sensi, per quanto ancora asimmetriche, non vadano a ricreare la “fuga dei cervelli”, controllata (o camuffata) dai regimi socialisti ma esplosa drammaticamente negli anni ’90, con la caduta del Muro di Berlino e le guerre jugoslave.

Ben prima che il contatto con l’occidente europeo cominciasse ad assumere la rilevanza e le forme tipiche delle società di massa e delle informazioni, ben prima che i motti risorgimentali avessero un’eco sulla carta stampata, gli eruditi del Levante si muovevano tra due spiritualità e due culture: cristiano-musulmana e arabo-europea. Esemplare il caso di Dimitrie Cantemir, consigliere personale di Pietro il Grande e membro dell’Accademia delle Scienze di Berlino, storico dell’Impero Ottomano e studioso dell’Islam, autore di un sistema musicale turco, conoscitore del classicismo greco-latino e arabo-persiano (Joiţa, 2005 : 2). Questa dualità si è in qualche modo tramandata fino ai giorni nostri.

Dalla letteratura di questi luoghi, emerge un grande gusto per la descrizione e per l’epos, riflettendo un particolare rapporto tra la parola scritta e la cultura orale. Pensiamo ai classici come al grande cantore della Bosnia Ivo Andrić, a Miša Selimović o al vojvogiano Danilo Kiš, al greco Kazantakis, al genio del teatro romeno Caragiale6 o a intellettuali tra loro diversissimi come i romeni Eliade e Cioran, Predrag Matvejević e Tzvetan Todorov o ancora, arrivando ai giorni nostri, a scrittori-intellettuali contemporanei come Mircea Cartarescu, il croato-bosniaco Milenko Jergović, la croata Dubravka Ugrešić o l’albanese Ornela Vorpsi. Molti di loro narrano con struggente nostalgia e rabbia il proprio universo alla periferia dell’Europa e il confronto con la vita del “centro”, attraverso la duplice lente dell’esperienza dell’esilio e dell’emigrazione in capitali come Parigi, Vienna e Berlino, e dei ritorni in patria.

 

Migrante nei Balcani è anche la musica, crocevia di influenze diverse.

Ogni Paese ha un proprio patrimonio popolare, un folklore di establishment, con una serie di stili musicali ma, al contempo, le canzoni vengono spesso prese in prestito, tradotte o rielaborate e gli stili, di conseguenza, tendono a (ri)mescolarsi, rendendo spesso difficile stabilire a chi appartengono veramente.

Mentre ad occidente è spesso necessaria un’opera filologica di recupero e rilettura del patrimonio popolare, in questa parte dell’Europa il rapporto con la tradizione – nel senso di tramandare, tradurre e “tradire” - non si è mai spezzato, perché un ruolo diverso hanno mantenuto le forme di comunicazione orale nell’espressione artistica.

Le influenze sono turche, arabe, persiane, kletzmer e rom, insieme alle tradizioni liturgiche. La varietà dei ritmi e degli strumenti tipici continuano ad affascinare i musicisti più curiosi. In anticipo sulla World Music, ventiquattro anni fa nell’album Creuza de Ma’ il nostro Fabrizio De Andrè si avvale dell'uso di innumerevoli strumenti della tradizione popolare mediterranea, nordafricana, balcanica e mediorientale. L’album si apre proprio con le gajde (specie di cornamuse) dei pastori della Tracia. Se non fosse precisata all’interno della copertina del disco l’origine di quei suoni e di quegli strumenti, sarebbe facile gettarli nel calderone di un non ben definito oriente. Era il 1984, e di Balcani non se ne parlava ancora molto.

La parte continentale, che oggi sta cercando di valorizzare le proprie risorse turistiche, veniva per lo più attraversata di sfuggita per andare verso il mare della Grecia, della Turchia o della Dalmazia.

Eppure lungo le grandi vie di comunicazione, immutate nei millenni, si trovano resti di civiltà trace, dace, romane, oltre naturalmente alla Grecia antica. Sull’Adriatico dalmata, la città vecchia di Spalato (Split in croato) è una piccola Venezia all’interno delle mura romane del Palazzo di Diocleziano, ma sono ancora in pochi a sapere che l’imperatore Costantino era originario di Naissus, l’odierna Niš. Sempre nel sud della Serbia ci sono siti archeologici importanti come Felix Rumuliana e Villa Mediana.

I resti della struttura villaggio di Lepenski Vir sul Danubio, verso le Porte di Ferro, tra Serbia e Romania, testimoniano già in età mesolitica la presenza di una vera e propria civiltà, con piante geometriche, strade e case già ben organizzate, sculture con sembianze umane fortemente espressive, come probabile parte dei rituali religiosi legati al fiume, e complessi sepolcrali.

A Saranda in Albania ci sono resti di città greche di epoca ellenistica, romana, restio di sinagoghe e chiese bizantine. Tra la Macedonia e la Bulgaria, città come Ohrid e Plovdiv con centri storici d’epoca ottomana, chiese ortodosse e anfiteatri romani compongono un paesaggio urbano del tutto particolare.

In Bulgaria gli archeologi parlano di una “Valle dei Re Traci”, dopo le ultime sensazionali scoperte tra gli anni ’90 e il 2004 (Bumbalova, 2005).

 

 

4. CARATTERISTICHE DELA REGIONE: IL MOSAICO LINGUISTICO, ETNO-NAZIONALE E CULTURALE. UN PROFILO AD USO DELL’INSEGNANTE DI ITALIANO LS/L2

 

Il Balkan, in tempi lontani, si limitava ai massici della Stara Planina, del Pirin e dei Rodopi. Incastonate nel cuore della Bulgaria queste montagne tendono a separare la Valacchia danubiana dall’Egeo, spingendola verso il Mar Nero (Prevelakis, 1997 : 15).

Tuttavia, parallelamente all’espansione ottomana si cominciò ad acquisire la consapevolezza della continuità geomorfologica di un sistema balcanico, a sud ovest, verso i giovani rilievi della Grecia e, in direzione nord ovest, lungo la meno elevata ma ugualmente tortuosa catena delle Alpi dinariche, fortezza naturale tra l’Adriatico e l’Egeo, la quale continua a presentare una barriera alle comunicazioni tra Europa danubiana ed Europa mediterranea.

Questa cintura di montagne complessa e articolata caratterizza un paesaggio prevalentemetne aspro, ricco di carsismi, con una terra non troppo fertile, se escludiamo alcune vallate interne e le poche pianure cerealicole.

L’attività economica per secoli è rimasta praticamente immutata, seguendo i

ritmi di forme sociali arcaiche, dedite alla pastorizia e all’agricoltura di sussistenza. Alcune caratteristiche si sono mantenute a lungo, fino alle prime significative riforme agrarie introdotte con modalità diverse dai vari regimi comunisti. Il latifondismo, sopravvissuto fino all’inizio delle riforme socialiste, è uno dei tratti accomunanti. Tuttavia, presso le popolazioni slave - che nei Balcani costituiscono la maggioranza - la struttura agricola comunitaria della zadruga, comunità villaggio, simile alla mir russa (mir in russo significa comunità, mondo, pace, villaggio), rappresenta un modo di concepire il rapporto tra terra individuo e comunità in parte tramandatosi fino ai giorni nostri7.

Addentrandosi nel continente la presenza del mare scompare nel giro di pochi chilometri, anche a causa della forte chiusura e profondità delle valli fluviali, che generano veri e propri sistemi di canion – klisure nelle lingue slave.

Questo genera notevoli sbalzi climatici tra la costa e l’entroterra, mentre la presenza di isole microclimatiche più favorevoli ha determinato il concentrarsi delle popolazioni in alcune zone, a scapito di altre fasce di territorio che sono ancora a bassissima antropizzazione8.

In generale la difficoltà congenita nelle comunicazioni interbalcaniche e tra i Balcani e il resto dell’Europa ha sclerotizzato nei secoli molti aspetti della vita della Penisola.

Tutt’oggi dal Centro Europa le rotte delle merci e degli uomini si orientano al Mediterraneo attraversando l’Adriatico dell’Antica Via dell’Ambra o vanno in direzione dell’Asia minore e dell’Oriente seguendo il Danubio fino la Mar Nero o, ancora scendono a Salonicco sull’Egeo attraverso quell’unico e obbligato passaggio terrestre che un tempo fu il caravanserraglio delle valli della Morava (Serbia meridionale) e del Vardar (Macedonia). L’asse Durazzo-Salonicco è, per esempio, la via Egnazia.

Allo stato attuale, credo sia possibile tracciare delle coordinate dei Balcani come Regione in senso antropologico, facendo leva su alcune componenti condivise dalla memoria collettiva di questi popoli, che sono rimaste pressochè inalterate fin dall’Epoca moderna. Così se il Danubio, la Sava e la Kupa, con le loro terre fertili e pianeggianti potrebbero anche segnare il confine del balkan geografico, sono le vicende storiche a farne un valico permeabile. Per quanto sia difficile parlare di una piena unità geografica e “spirituale” o di comune koinè culturale, per una sorta di effetto di lungo periodo dello Scisma d’Oriente e delle frammentazioni nazionali e religiose – possiamo almeno rifarci al concetto di “ricordi storici” collettivi espresso da un grande intellettuale romeno come Nicolae Iorga (1861- 1940):

Lo stesso popolo ci ha sollevati verso una cultura più alta: il popolo romano, lo stesso stato ci ha mantenuti in una organizzazione politica: lo stato bizantino, la stessa razza dominatrice (i turchi) ci hanno dato, accanto a molte garanzie, molte sofferenze” (in Joiţa, 2005 : 4).

Bisogna precisare che la parola razza qui non viene usata in modo dispregiativo, ma con il significato di un secolo fa, tanto che Iorga vede nei turchi non i distruttori dell’Impero Bizantino, ma i continuatori.

Bisanzio è Ţarigrad per i romeni come per tutti gli altri popoli balcanici, specialmente per gli ortodossi.

E’ dal microcosmo di Venezia, la città da dove più spesso si partiva per Istanbul, che si aprono inedite vedute su questa parte dell’Europa che a volte sembra lontana, ma comincia sull’Adriatico. A Venezia si beve il primo caffè e si traduce (1547) il Corano (Moccia, 2005 : 30). Venezia è la città delle stamperie armene, del ghetto ebraico, del fondaco dei turchi, degli scalpellini dalmati e dell’arte del vetro siriano che diventa muranese. Tutto è fusione con l’oriente. “Nella sua saggezza, Venezia non volle sul proprio territorio lo scontro tra bizantinità e romanità, che invece ha dilaniato alcune regioni dei Balcani. Qui sta una delle caratteristiche di questa città. Il divano orientale-occidentale non è in nessun luogo così largo e soffice come in questo spazio esiguo e scomodo” (Matvejević, 2003 :30). Grazie a una vocazione commerciale che non temeva di sfidare il Pontefice e i suoi sforzi di bandire i rapporti con l’infedele, i suoi archivi storici ci parlano di Balcani. Del mondo ottomano riusciamo ad avere molte informazioni preziose attraverso i racconti dei baili, delegati diplomatici inviati dalla Serenissima.

Se da un lato la mentalità dell’epoca impediva la possibilità di accogliere e integrare alcuni aspetti politico-sociali di un mondo comunque considerato nemico, perché accetta i rinnegati, le pagine dei baili riflettono tanto la paura che il fascino per una certa visione del mondo dove il dominatore, anziché governare sui nuovi territori conquistati per accordi con l’aristocrazia locale e forme di deleghe, la eliminava (Moccia, 2005), lasciando comunque la libertà di culto agli infedeli, le cui comunità vengono organizzate nei Rum Millet. I turchi riconoscevano solo i fedeli (moslem) e i dhimmi (protetti), quelli obbedienti alla shari’ah, ma non si limitavano a una sorta di tolleranza del non mussulmano: il patriarca era il capo dei sudditi cristiani, “pascià a tre code di cavallo” (Castellan, 1999 : 25). I capi religiosi erano anche gli amministratori del millet, dal quale si usciva solo per conversione.

Il millet era una particolare forma di decentralizzazione e autonomia, in cui s’intrecciavano su una base sociale religiosamente omogenea elementi comunitari patriarcali, diritto canonico, consuetudini e strutture sociali preesistenti come il fis albanese, la zadruga slava o la struttura clanica montenegrina. Le unità provinciali (sangiaq), il sistema delle decime umane e dei giannizzeri, delle amministrazioni dei visir e il rapporto con il potere del Sultano di Istanbul viene spesso descritto dai baili con dovizia di particolari, facendo trasparire anche giudizi positivi, soprattutto di fronte alle figure più carismatiche e illuminate come Solimano il Magnifico (Moccia, 2005 : 39)

 

In definitiva, accettando l’impossibilità di risolvere la questione, non appare scorretto definire “balcanica” tutta quell’area del sud-est che per secoli ha vissuto sotto il dominio ottomano o si è trovata ad affrontare la sua sfera di influenza: Albania, Bulgaria, Grecia, Romania e attuali repubbliche ex jugoslave. Sono l’eredità culturale, in senso ampio, lasciata dal dominio ottomano o dal fatto di vivere ai confini con esso, dai legami con l’ellenismo e con il mondo romano e bizantino che possono rivelarsi una risorsa identitaria condivisibile capace di generare intercomprensione tra popolazioni dell’area.

In definitiva, il termine “Europa balcanico-danubiana” è forse quello più ampio e comprensivo, volendo evitare l’asettico “sud est”.

Questa eredità, se depurata dai falsi miti, può aiutare a osservare in modo storicizzato e, si spera, più razionale alcuni aspetti legati alle attuali transizioni.

La memoria collettiva (“ricordi storici collettivi”, secondo Iorga) è fatta di un insieme di linguaggi condivisi(bili), che sono preziosa fonte di intercomprensione.

Con riferimento alle lingue nazionali o etniche si parla spesso di mosaico, dimenticando però il cemento che tiene insieme le tessere.

Il mescolarsi di turchismi, grecismi, slavismi, arabismi ecc. in tutte le lingue dell’area, oltre all’influsso del latino, genera un certo sostrato comune, sebbene non del tutto omogeneo, con forme di discontinuità, travasi da una lingua all’altra, cesure e improvvise riemersioni, a volte piccole sfumature che diversificano l’uso di una stessa parola9.

I linguisti, inoltre, hanno definito un sistema di “lingue balcaniche” in cui rientrano lingue indoeuropee molto diverse tra loro, uniche come il neogreco o l’albanese (definita anche lingua illirica), o appartenenti a vaste famiglie come il romeno (lingua romanza), il bulgaro e il macedone (lingue slave del sud)10. La popolazione dei Balcani si divide in quattro gruppi indoeuropei: greci, albanesi, slavi e latini (romeni).

La tradizione religiosa divide, a sua volta, i cristiani tra cattolici del nord ovest, essenzialmente croati e sloveni, e i più numerosi ortodossi, i quali coprono circa tre quarti dei Balcani, comprendendo quasi tutti i greci, i bulgari, i macedoni, i serbi, e i rumeni.

Sempre ad ovest, gli albanesi e i bosniaci rappresentano le isole mussulmane più grandi, tra l’Albania, il Kosovo, il Sangiaccato, e la multiconfessionale Bosnia.

Non c’è territorio che possa vantare omogeneità etnica e non esiste alcun legame stabile tra identità linguistica e identità confessionale: albanesi, latini e slavi sono attraversati al loro interno da differenze linguistiche e religiose.

Accanto alla lingua sono gli aspetti paralinguistici (Balboni, 1999) a costituire un terreno di facilitazione comunicativa in senso transnazionale.

Un osservatore esterno attento, pur nel mutare degli idiomi di Paese in Paese, potrà cogliere non pochi aspetti di continuità proprio nei linguaggi del corpo attraverso la cucina (intesa anche come senso del convivium), la musica e la danza e, in generale, in tutte le forme di espressione dove emerge la gestualità balcanica.

Un discorso a parte meritano alcune considerazioni di fondo sulla dicotomia spazio pubblico/spazio privato, e sul rapporto centro/periferia e città/campagna per come si riflettono potenzialmente nei c.d. software mentali.

A questo proposito, un altro aspetto da evidenziare nell’ottica di un’analisi (inter)culturale dei Balcani sono le diverse eredità lasciate dalle singole esperienze dei regimi dittatoriali e totalitari. Fallito il progetto di Federazione Balcanica (nota sull’integrazione balcanica), con la rottura tra Tito e Stalin nel lontano 1948, i Paesi socialisti dell’area hanno sviluppato forme di regime tra loro molto diverse, nonostante la comune matrice ideologica.

Le ripercussioni in termini di sviluppo di mentalità e atteggiamenti (relazioni interbalcaniche e tra popoli balcanici e altri popoli11) e di rapporto uomo-territorio costituiscono un interessante campo di indagine ancora da approfondire.

Un caso completamente a parte è quello della Grecia. Uscita dalla guerra civile, si è presto trovata in una dittatura militare di destra, ma ne è uscita negli anni settanta assieme al Portogallo e alla Spagna, affrontando con largo anticipo il processo di integrazione europea rispetto alla Romania, alla Bulgaria o all’Albania.

Questi accenni di profili Paese non sono un semplice sfondo, ma vogliono ribadire l’importanza di una contestualizzazione storica per poter comprendere e comparare i diversi percorsi nei sistemi scolastici e formativi e nello sviluppo di specifiche mentalità e modalità operative.

Inoltre, essi costituiscono una base fondamentale per proseguire un percorso già iniziato a Ca’ Foscari sugli studi di comunicazione interculturale nei Balcani e tra l’Italia e i Paesi balcanici.

 

 

5. LE UNIVERSITÀ, LE LINGUE, L’ITALIANO

 

Nel territorio dei Balcani il plurilinguismo è di casa. Chiunque abbia avuto un’esperienza di viaggio in questi luoghi avrà sicuramente notato un talento diffuso per le lingue straniere, per cui non è difficile farsi capire anche dal più umile contadino sulla pijaca12 rionale, che molto spesso sfodererà per gioco il suo repertorio di lessico straniero. Questo è il probabile risultato di un intreccio storico di fattori internazionali e di una serie di fattori endogeni che fanno dei Balcani un ambiente fortemente esposto alla “diversità linguistica”.

La massiccia presenza di minoranze linguistiche all’interno dei singoli stati, unita a secoli di perifericità rispetto all’Europa e al fatto che i singoli idiomi nazionali siano essi stessi “di minoranza” a livello planetario, con pochi milioni di parlanti, ha da sempre stimolato lo studio delle lingue, percepito come una necessità ma anche come una fonte di ricchezza, un modo per aprirsi al mondo.

Andando a ritroso, fino agli albori del risorgimento, è nella personalità “intellettuale di frontiera” dalmata Niccolò Tommaseo che si crea un ponte tra le due sponde dell’Adriatico, grazie all’instancabile opera filologico-letteraria scaturita dalle collaborazioni con molte figure centrali della cultura slavo meridionale, tra cui Ljudevit Gaj e Vuk Stefanović Karadžić13, padri della “modernizzazione linguistica” del croato e del serbo (Bonazza, 2008).

Oggi, le università, tra l’Unione Europea e i Balcani, presentano linguisti di grande valore come Ivan Klajn, Ranko Bugarski, il famoso glottodidatta bulgaro Lozanov, il romeno Cortiade, o il mostarino Predrag Matvejević, autore del capolavoro “Breviario Mediterraneo” - solo per citarne alcuni.

Le città principali e le capitali dell’area hanno una tradizione consolidata di Ginnasi Filologici, con due o tre lingue straniere e un’offerta di alcune lingue extraeuropee, come il cinese e il giapponese.

Inoltre, vi sono casi ormai sperimentati di Licei Bilingue, sulla base di accordi interministeriali con l’Italia, come quello di Belgrado o di Sofia.

Al tempo stesso, stiamo assistendo a una sempre maggiore diffusione della lingua italiana nei curricula delle scuole elementari, con casi virtuosi come il Montenegro. Questo può assicurare continuità nell’offerta formativa del sistema scolastico.

Certo, è ancora in corso una certa tendenza a centralizzare, per cui la migliore offerta scolastica e culturale spesso si concentra nelle capitali e in pochi centri di prestigio, continuando ad alimentare i già forti squilibri tra centro e periferia.

Inoltre, le difficili condizioni economiche, la caduta dei regimi socialisti e le guerre hanno riattivato fenomeni di esodo dalla campagna e dai centri minori verso le capitali, oltre che flussi migratori verso i Paesi più ricchi.

Tuttavia, la globalizzazione e la diffusione delle tecnologie informatiche stanno investendo anche le zone più isolate, dove ormai è visibile un certo fermento, con la nascita di scuole private di lingue o lo svecchiamento nell’offerta formativa di istituzioni tradizionali come le “università popolari”, per cui può capitare di trovare perfino corsi di lingua italiana nelle zone di provincia più emarginate14.

Un altro fenomeno da prendere in considerazione è il boom delle Università private, che stanno spuntando un po’ ovunque in questi Paesi, aprendo sedi e succursali anche in centri privi di tradizione universitaria. Queste università private sono in prevalenza tecnico-scientifiche, con Facoltà di economia, management e business, giurisprudenza, architettura, design e costruzioni. L’introduzione della lingua italiana viene spesso giustificata dal fatto che l’Italia è uno dei principali investitori nell’area. Tuttavia, dal punto di vista dell’ambiente didattico, a fronte di programmi formalmente allineati sui criteri di Bologna, spesso l’ambiente di insegnamento/apprendimento si rivela alquanto problematico, soprattutto per una mancanza di esperienza.

 

 

6. CONCLUSIONI

 

Guardando ai Balcani da questa sponda dell’Adriatico, è più che mai necessario continuare l’opera di rafforzamento della rete delle Dante Alighieri e, più in generale, dell’associazionismo (inter)culturale nelle periferie, in quanto il raggio d’azione degli IIC è limitato per il momento alle capitali e ai grandi centri e non sembra possibile attendersi l’apertura di sedi secondarie, sulla scia della politica culturale francese o inglese.

Nelle università è in corso il processo di Bologna, mentre i programmi di internazionalizzazione come Socrates o Tempus stanno prendendo sempre più piede.

La francesistica, l’anglistica e la russistica hanno le tradizioni più forti, accanto alla germanistica, soprattutto nei centri dove più forte è l’eredità asburgica. L’italianistica, e più in generale, l’interesse per lo studio della lingua italiana dimostrano tuttavia una buona crescita.

Da un lato, il nostro Paese esercita un’attrattiva come meta turistica, culturale e di studio, dall’altro, è l’intensità negli interscambi economici e commerciali, favoriti dalla vicinanza geografica, che negli ultimi anni è entrata a far parte del volano di sviluppo della lingua italiana, sebbene la portata di quest’ultimo fattore non sia di facile misurazione.

Gli attori economici ricoprono un ruolo ancora marginale nella promozione della lingua e della cultura italiana. I grandi gruppi bancari come Intesa e Unicredit sono attivi nel finanziamento dei grandi eventi culturali, ma il mondo delle PMI, Fiere, Associazioni Industriali e Camere di Commercio, ecc., potrebbe (e dovrebbe) essere coinvolto nel supporto di azioni più mirate, come i corsi di microlingue scientifico-professionali (con formazione/aggiornamento di docenti) e la promozione di studi di comunicazione interculturale che, in ultima istanza, risulterebbero funzionali alle loro attività in loco, con una ricaduta positiva sul piano della qualità del lavoro.

Inoltre, sulla base delle numerose riflessioni con i colleghi serbi, croati e bulgari, penso che ci sia un profondo bisogno di innovare la politica dei lettorati introducendo strategie di promozione più snelle e flessibili.

E’ necessario ridefinire in senso ampio il lettorato, promuovendo l’interscambio di lettori giovani – italiano/lingua dell’area – a “missione” annuale o semestrale nelle università, che vadano ad affiancare ed integrare i lettorati ministeriali nelle Università e nei Licei bilingue.

Lo sviluppo dei lettorati dovrebbe partire dal basso, cioè dalle Università, dal mondo delle imprese, delle istituzioni locali, secondo un principio di maggiore autonomia nell’organizzazione formativa.

Il problema maggiore di questo genere di azioni, non è tanto quello della reperibilità dei finanziamenti. Numerosi bandi di concorso europeo, infatti, consentono di sviluppare in modo più o meno mirato e diretto le tematiche legate allo studio, alla didattica e alla promozione delle lingue. Al contempo, i Paesi SEE stanno tutti accumulando sempre più esperienza nell’euro- progettazione.

Le difficoltà nello sviluppare una rete alternativa di lettorati sembrano più legate alle esistenti differenze tra diversi aspetti burocratico-legali (per es. diversi requisiti per insegnare la lingua), i quali entrano in gioco nelle progettazioni internazionali nel momento in cui si comincia ad uscire dai percorsi tradizionalmente attivi su questi territori, come sono i lettorati MAE, i cofinanziamenti a sostegno dei lettori madrelingua e i Licei bilingue.

Infine, un punto critico non sottovalutabile nella promozione della lingua e della cultura italiana nei Balcani riguarda il regime procedurale dei visti, che nei Paesi ancora fuori dalla UE, frena la libera circolazione delle persone e delle idee. Questo problema, di facile soluzione per le “aristocrazie del denaro”, rappresenta una forma intollerabile di “embargo culturale” per i giovani.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

BALBONI, P. E., 1999, Parole comuni, culture diverse, Marsilio, Venezia

 

BIANCHINI, S., 1994, La questione jugoslava, Giunti, Firenze

 

CASTELLAN, G., 1999, Storia dei Balcani, Argo, Lecce

 

FICI, F. , 2001, Le lingue slave moderne, Unipress Padova

 

GARDE, P., 1996, I Balcani, Il Saggiatore Milano

 

JOIŢA, M., 2003, Venezia e il Levante, riflessi nella letteratura romena, Annuario. Istituto Romeno di cultura e ricerca umanistica 5.

 

MATVEJEVIĆ, P., 2003, L’altra Venezia, Garzanti Milano

 

PREVELAKIS, G., 1997, I Balcani, Il Mulino, Bologna

 

TIROVA, Z. , 2006, Bilingvizam kao realnost u Vojvodini (sa aspekta slovačkog-srpskog bilingvizam), Zbornik Radova Filozofski Fakultet – Univerzitet u Novom Sadu, Srbija

 

TODOROVA, M., 2002, Immaginando i Balcani, Argo Lecce

 

 

 

SITOGRAFIA

 

 

BONAZZA, S., “La ricezione di Niccolò Tommaseo in Croazia e in Serbia” Projekat Rastko: Biblioteca digitale italo-serba di rapporti culturali (29/02/2008) < http://www.rastko.org.yu/rastko/delo/12260 >

 

BUMBALOVA, L., 2005, “Tracia ellenistica: intervista all'archeologo bulgaro Georgi Kitov sulle recenti scoperte archeologiche” La Rivista di Engramma 40,

<http://www.engramma.org/engramma_v4/rivista/saggio/40/040_bumbalova.html>

 

PIRJEVEC, J. 2005, Le radici dei conflitti balcanici e la via della pacificazione”, I Balcani: processi di pacificazione e prospettive di convivenza interetnica, <www.comune.siena.it/main.asp?id=5293>

 

PIRJEVEC, J. 2008, “Vuk Stefanović Karadžić, Niccolò Tommaseo e Trieste”, Projekat Rastko: Biblioteca digitale italo-serba di rapporti culturali, <http://www.rastko.org.yu/rastko/delo/12695>

 

MOCCIA, A., 2005, Dispotismo orientale: i malintesi del rapporto Oriente/Occidente, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari Venezia,

<http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/4632/1/148/>

 

 

1 Un foglio dei nazionalisti serbi, pubblicato a Belgrado prima della Prima Guerra Mondiale, verso il 1911/1912, si chiamava “Piemont”, per sottolineare proprio questa ambizione di fare la stessa cosa realizzata in Italia. Insomma, forse per vicinanza geografica e per una certa sincronia di avvenimenti, l’Italia Risorgimentale aveva esercitato un forte influsso su questi popoli, specialmente su quello serbo.

2 La storia è ricca di paradossi ed aspettative tradite. Nel secondo dopoguerra, dopo lo strappo del ’48 tra Tito e Stalin, la Jugoslavia veniva percepita dai vicini romeni e bulgari come un “paradiso” di libertà e benessere, un Paese socialista ma indipendente dal blocco sovietico, con l’unico passaporto rosso che permetteva di viaggiare all’estero senza visti. La Jugoslavia esprimeva una politica estera di “non allineamento” (movimento MNA) assieme ai Paesi postcoloniali come l’India e l’Egitto, con la capacità di sfruttare il suo ruolo di Paese cerniera tra Centro Europa, la Grecia, la Turchia e il Medio oriente, tra Nato e Patto di Varsavia. L’apertura agli investimenti stranieri, soprattutto dopo le riforme del 1965 era incomparabilmente maggiore rispetto ai vicini dell’Europa Centro Orientale e Balcanica. Il sistema socialista si basava sull’autogestione, realtà economica e al contempo mito politico, che assieme alle strategie di guerriglia partigiana avevano creato un modello per i rivoluzionari socialisti Africa, Asia o America Latina in periodo di decolonizzazione. C’era una certa libertà di iniziativa privata. Il governo rimaneva monopartitico, un ibrido tra dittatura e totalitarismo, con culto della personalità, anche se il controllo sulla vita culturale e sull’arte da parte del partito era piuttosto debole, come dimostra l’ampia circolazione di letteratura straniera, carta stampata, musica e i numerosi festival internazionali di musica, cinema teatro con partecipazioni occidentali. Questa “diversità socialista” è ben espressa dall’esistenza di un sessantotto jugoslavo, breve e confuso, ugualmente represso ma senza l’intervento dei carri armati sovietici, perché si trattava essenzialmente della crisi politica interna di un Paese indipendente dal blocco.

3 Serbo, ungherese, slovacco, romeno, croato, russino, ucraino, tedesco, rom, ceco, bulgaro.

4 Primitivizam in ex jugoslavia può essere spesso associato alla balcanicità. Primitivismo è, innanzi tutto, mancanza delle buone maniere della vita urbana.

5 A questo proposito, per una fotografia sull’attuale realtà sociale della Vojvodina, consiglio il reportage sulla Vojvodina a cura di Francesco Martino in www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9608/1/49

6 Un sito divulgativo molto interessante sulla cultura romena, scritto in più lingue, è Radio Romania International. www.rri.ro

7 A questo proposito, la struttura comunitaria della zadruga riflette un lessico particolarmente ricco e complesso dei nomi di parentela, che continua a sopravvivere fino ai giorni nostri. Ogni nome si distingue dall’altro sulla base dell’asse patrilineare o matrilineare (per esempio il corrispettivo di zio si differenzia in stric= “zio paterno, fratello del padre”, e ujak= “zio materno, fratello della madre”). Vedi articolo “Nomi di parentela (singenionimi) in croato e in italiano. Esempi di diversa articolazione della realtà” di Sandra Mardešić e Nada Zupanović, Università di Zagabria.

8 Su queste terre dominano climi identificati, a sud, dai grandi influssi del Mediterraneo e dalle correnti dell’area russo danubiana, a nord. I venti sono forti a causa delle isoterme in contrasto. La bora spazza il carso dinarico fino a Trieste, la košava le pianure serbe e il vardarac la zona di Salonicco, i meltemi le isole dell’Egeo e i sukhovii dall’Ucraina bruciano le steppe moldave.

9 Pensiamo per esempio alla parola turca “mahalla”. A Sarajevo mahalle sono i quartieri, a Belgrado e a Niš le baraccopoli rom ai margini della città. Una stessa parola rappresenta spazi abitativi diversi, pur nella quasi perfetta intercomprensibilità di due lingue filologicamente gemelle come il serbo e il bosniaco.

10Questo gruppo di lingue, geneticamente non omogeneo, condivide caratteristiche strutturali e tipologiche come l’articolo posposto al nome e l’assenza del tema dell’infinito risultanti dal contatto prolungato all’interno dell’area balcanica, a lungo sotto il dominio turco (v. Fici, 2001: 7).

11 L’immagine di sé di un serbo o di un croato, per esempio, nei rapporti con un italiano può essere molto diversa da quella di un bulgaro o di un romeno, con diverse ripercussioni nei rapporti interculturali. Si tratta più che altro di un retaggio storico, di una “familiarità” con lo “Zapad” (Occidente- Ovest) complessivamente maggiore. Uno degli indicatori significativi di questo rapporto, fin dagli anni ’60, può essere individuato nei flussi migratori dalla Jugoslavia verso Paesi come Germania, Italia, Francia, dettati molto più da necessità economiche (c’era libertà di espatrio) che da motivi di esilio politico.

12 Termine che indica la piazza del mercato in tutti i Balcani. Curiosamente in serbo e in croato Trg indica invece la piazza come spazio urbano non mercantile, nonostante trgovati significhi “commerciare”, tržiste “mercato” in senso economico e “trgovac” mercante.

13 Al di là dei rapporti conflittuali tra queste due nazioni dotate di lingue filologicamente “gemelle”, è indubbiamente merito di questi due linguisti se nel volgere di pochi decenni serbi e croati hanno potuto dotarsi di una lingua standard (lo štokavo, ex serbo-croato) vicina alla vulgata popolare, base fondamentale per entrare nella modernità e alfabetizzare le masse. A questo proposito, Niccolò Tommaseo ha scritto alcune opere letterarie in lingua serbo-croata o, come lui la definiva, “illirica”. In vita sono state pubblicate un’elegia alla madre in dialetto ikavo dalmata “Vidio sam zvizdu nove svitlosti” (1840), pubblicata da Ljudevit Gaj sulla rivista di Zagabria “Danica Ilirska” nel 1941, e le “Iskrice”, parte illirica delle “Scintille”, la cui pubblicazione risale al 1844. Altre due raccolte manoscritte significative sono i Canti del popolo dalmata (Pjesme puka dalmatinskog) e le otto prose “Spisi starog kaluđera”. Tommaseo scrisse diversi saggi sulla cultura di questi popoli, intrattenendo rapporti epistolari con esponenti della cultura croata e serba (Bonazza, 2008). “Risale a questo periodo il contatto diretto tra il Tommaseo e Vuk Karadžić. Questi inviò allo scrittore dalmata il secondo volume della sua raccolta di canti popolari serbi, e il Tommaseo gli rispose con una lettera piena d'ammirazione, in cui lo invitava a continuare nei suoi sforzi a favore del «nostro popolo meraviglioso». Vuk, toccato da tale spontanea ammirazione, rispose a sua volta con una lettera commossa, in cui affermava che le parole del Tommaseo gli erano giunte «come uno dei premi maggiori che io abbia avuto per il mio operare»” (Pirjevec, 2008).

14 Un esempio importante è il Concorso nazionale di Lingua Italiana 2008 in Serbia, che quest’anno si è svolto a Jagodina (Serbia centrale), presso il Liceo Svetozar Marković. La città ha circa 35.000 abitanti, ma il suo Liceo ha ben 4 lingue straniere attive e l’italiano partirà dall’anno scolastico 2008/2009.

 

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