Settembre 2008  Supplemento alla rivista EL.LE - ISSN: 2280-6792
Direttore Responsabile: Paolo E. Balboni
Famiglie di origine italiana nell'area della Toplica di Alessandra Genovesi-Bogicevic

Godine će prolaziti. Ko bi mogao nabrojati ‘tice,
koje se sele, ili sunčane zrake, koje Sunce seli, sa
Istoka na Zapad i sa Severa na Jug ? Ko bi mogao
da pretskaže, kakvi ce se narodi seliti i kuda, kroz
stotinu godina, kao što se taj nacion selio ? Ko bi
mogao nabrojati zrna, koja će, idućeg proleća, nicati
na svetu, u Evropi, Aziji, Americi, Africi ?
Neshvatljivo je to ljudskom umu.
Tamo, kud su Isakoviči i taj
Soldatenwolk otišli,
kao i toliki njihovi sunarodnici, koji su na svojim
leđima, kao puž, svoju kuću nosili, nema više traga,
svemu tome, sem ta dva-tri imena.
Bilo je seoba i biće ih večno, kao i porađaja, koji
ce se nastaviti.
Ima seoba.
Smrti nema !”
(Miloš Crnjanski, Druga knjiga seoba)

Passeranno gli anni. Chi potrebbe contare
gli uccelli che migrano, o i raggi che il Sole
manda da Est ad Ovest, da Nord a Sud ?
Chi potrebbe prevedere quali popoli
migreranno e dove, e tra cent’anni dire, come
e perchè quelle genti giunsero ?
Chi potrebbe contare i semi che,
alla prossima primavera, germoglieranno
nel mondo, in Europa, Asia, America ed Africa ?
Alla mente umana non è dato comprendere.
Laggiù, dove andarono gli Isakovič e la Milizia,
e così tanti connazionali, portando, come chiocciole,
le loro case sulle spalle, di loro non v’è traccia,
se non due o tre nomi.
Come le nascite, le migrazioni ci sono state
e continueranno ad esserci.
Le migrazioni esistono.
La morte non esiste !
(Miloš Crnjanski, Migrazioni II)

 

 

 

ABSTRACT

Nella primavera del 2008, il Gruppo FS si è aggiudicato la gara indetta dall’ European Agency for Reconstruction di Belgrado per lo sviluppo e la ristrutturazione della rete ferroviaria serba.1

Non tutti sanno che gli italiani ebbero un ruolo notevole nella costruzione, alla fine dell’800, delle prime tratte ferroviarie in Serbia. Migliaia di lavoratori italiani emigrarono in Serbia in quel periodo in cerca di migliori condizioni di vita. Molti tornarono in Italia, ma molti rimasero. In questo breve contributo cercherò di ricostruire milieu e moment, nonché alcune singole storie di emigrazione, sulla base delle testimonianze dei discendenti.

Con una scoperta, non sensazionale, ma, almeno per me, emozionante2.

 

 

 

1. IL SUD-EST DELLA SERBIA DOPO IL CONGRESSO DI BERLINO (1878): CENNI STORICI

 

Liberata in seguito alla guerra serbo-turca (1877-78), l’area sudorientale della Serbia comprendeva all’epoca quattro distretti: Niš, Vranje, Pirot e Toplica.3 Nonostante la vittoria delle forze serbe, la questione dei confini tra Serbia e Turchia rimaneva, alla vigilia del Congresso di Berlino4, ancora irrisolta, a causa della variegata composizione etnica della popolazione residente nell’area (Nikolić-Stojančević, 1995) In vista della seduta della Commissione Militare per la Serbia, il governo serbo cercò di creare presupposti favorevoli all’inclusione dell’appena liberata Niš5, “ključ Stare Srbije6, all’interno dei nuovi confini del proprio territorio. Sin dal periodo antecedente all’ascesa al trono, Milan Obrenović, il futuro Milan I, intuì le potenzialità geostrategiche ed economiche dell’area e di Niš in particolare e ne fece, all’indomani della liberazione, una sorta di seconda capitale, attirandovi investitori e capitali stranieri e provocandone l’inatttesa fioritura dopo secoli abbandono (Miličević, 1884: 110). La nuova presenza “internazionale” – agli investitori ed appaltatori si aggiunse ben presto una variegata manodopera straniera – provocò un’altra fioritura, quella delle rappresentanze diplomatiche: inglese, francese, austro-ungarica ed italiana (Ozimić, 2004 ). Interessanti testimonianze sul Viceconsolato d’Italia a Niš negli anni 1884-1888, periodo della costruzione della rete ferroviaria, tratte da un fascicolo sulla città, conservato presso l’Archivio storico del Ministero degli affari Esteri a Roma, sono riportate da S. Gallon (Gallon, 2007):

Nel 1878, quando le provincie di Nish, Pirot, Vranja e Toplisky – circa 325.000 abitanti2 - furono cedute dalla Turchia alla Serbia, il nuovo governo intraprese quanto di meglio gli fu possibile per sollevarle dallo stato d’abbandono, commerciale ed agricolo, in cui esse erano in qualche modo cadute. Con la legge sulla colonizzazione estera del 3 gennaio 1880, si sforzò di regolare l’imbarazzante questione dei terreni, riordinò le imposte pubbliche, aprì scuole primarie in tutti i comuni e ginnasi nei capoluoghi di provincia, elargì libertà politiche; infine, ma sicuramente l’azione più importante, diede inizio ai lavori ferroviari, impiegando un capitale di circa cento milioni per la costruzione di 533 chilometri di strade ferrate.[...] Furono quindi le ferrovie, che, con l’arrivo di numerosi operatori ed operai, portarono a Nish, come in tutto il paese, una numerosissima colonia di lavoratori stranieri, specialmente francesi ed italiani, ed obbligarono un po’ tutti i paesi europei ad aprire propri uffici consolari; non solo, esse furono anche l’incentivo principale al movimento economico nell’intera regione. [...] I lavori della ferrovia procedettero alacremente, così che in breve tempo, restando pure Belgrado la sede, per cosi dire, virtuale dell’impresa, Nish divenne il centro reale e materiale delle linee Nish-Belgrado, Nish-Vranja7 per Salonicco e Nish-Pirot per Costantinopoli.

Tutto questo portò una sensibile alterazione alla vita commerciale di questi luoghi, perché la ricerca assidua di mano d’opera, il giro relativamente consistente di denaro e le inusitate domande dei nuovi venuti, fecero lievitare il prezzo dei prodotti di prima necessità; non solo, ma fecero anche nascere o creare nuove necessità, attirando d’ogni parte speculatori e faccendieri lusingati da un abbastanza veloce guadagno. [...] Il governo locale si adeguò a questo stato di cose affrettandosi ad aprire nuove strade, ampliando piazze e selciando le vecchie vie. Agevolandosi, inoltre, il più possibile l’attuazione della legge 1880 sulla colonizzazione straniera, si vide, in breve tempo, la nascita, su un luogo incolto, del villaggio di Alessandrovo8 - dal nome del Principe ereditario - con l’arrivo di 78 nuove famiglie coloniche; ben presto i suoi prodotti giunsero sulle piazze di Nish, dove il facile smercio incoraggiò i nuovi coloni a comprare altre terre. Sorsero, così, nuovi piccoli centri di colonizzazione formati da stranieri, come Novo Selo, fondata per intero su terreno demaniale con sei famiglie italiane.

 

I villaggi nominati da Gallon, Aleksandrovo e Novo Selo, si trovano lungo la via che da Niš conduce a Prokuplje, centro principale della Toplica, di cui diremo più avanti.

A questo punto, ci sembra oppurtuna una breve digressione sulla costruzione della ferrovia, che ebbe, come conseguenze, anche l’immigrazione in quest’area di alcune famiglie italiane.

 

 

2. LA COSTRUZIONE DELLA FERROVIA IN SERBIA

 

Un fattore chiave del piano di recupero del sud-est della Serbia voluto da re Milan, fu la costruzione, nell’ultimo quaarto del XIX secolo, della rete ferroviaria del paese9.

Già il principe Miloš Obrenović aveva manifestato, nel 1837, l’intenzione di dotare il paese di collegamenti ferroviari, sulla scia della messa in funzione del primo treno europeo, a Londra, solo 12 anni prima, provocando l’inizio di un dibattito pubblico sul tema, di si trova notizia in un quotidiano dell’epoca, il “Serbski Narodni List”, nel numero del 7 gennaio 1837. Successivamente, nel 1851, il principe Alessandro Karađorđević, inoltra richiesta alla Porta per ottenere il permesso10 di iniziare i lavori, ma riceve un diniego, essendo nei piani del Sultano la costruzione dei collegamenti ferroviari con l’Europa attraverso la Bosnia, aggirando la Serbia. Dopo la Conferenza di Vienna sulle “strade ferrate” del 1871, a causa delle pressioni austroungariche, la Porta firma un accordo col quale si impegna a costruire la tratta Sofia-Niš, ma non mantiene quanto formalmente promesso e si giunge alla guerra del 1877.11 Alla fine del conflitto, la Serbia, non avendo i mezzi finanziari per le spese di costruzione della ferrovia, si mette alla ricerca di finanziatori ed ingegneri; intanto, al Congresso di Berlino12, viene presa la decisione di costruire la ferrovia in Serbia per collegare le ferrovie austro-ungariche e turche e la Serbia è costretta a firmare, il 28 marzo del 1880, un accordo col governo austro-ungarico, col quale si impegna a costruire il collegamento ferroviario Belgrado-Niš-Vranje entro il 1883, con la promessa della stipula successiva di un vantaggioso accordo commerciale esclusivo con la stessa Austria-Ungheria. I lavori si svolsero in un clima difficile e costellato da continue avversità; oltre ad una serie di conflitti con le ditte appaltatrici, continuamente cambiate, organizzativo-burocratici e finanziari, ebbe luogo persino il primo sciopero ante litteram dei “ferrovieri”, a causa dei ritardi nel pagamento dei salari. Nel 1883 la Porta si assunse l‘impegno di collegare la tratta presso Vranje e, finalmente, il 1° gennaio 1884, venne effettuato un viaggio di prova da Belgrado a Niš. Ai primi di agosto dello stesso anno, in occasione dell’insediamento dell’Assemblea popolare, lo stesso re Milan si recò a Niš in treno; sulla via del ritorno, presso Ćuprija, il treno dovette fermarsi per un tratto allagato ed il re attraversò la Morava su di una chiatta, per riprendere poi il treno fino a Belgrado.

L’inaugurazione ufficiale della Belgrado-Niš avvenne il 23 agosto13, quando fu anche pubblicato il primo “orario dei treni”. Il treno Ajzeban, composto da nove vagoni ed ospitante un centinaio di viaggiatori di prima, seconda e terza classe, partì da Belgrado alle 8,35 e giunse a Niš intorno alle 18, dopo circa nove ore di viaggio. “Occidente” ed “Oriente” erano riuniti.

 

 

3. L’AREA DELLA TOPLICA. CENNI STORICO-ETNOGRAFICI

 

L’etnopoiesi della popolazione della Toplica e del suo centro principale, Prokuplje, è stata fortemente influenzata dalle vicende storiche, spesso tragiche, succedutesi nell’area (Rudić, 1992: 27). Invasioni, vittorie, sconfitte, migrazioni volontarie e non, hanno determinato l’attuale composizione etnica dei residenti attraverso i secoli. Non rientra negli intenti di scrive ripercorrere tutte le tappe di tale percorso, dalla più antica presenza umana documentata, quella della popolazione illirica dei Dardani, sino ai nostri giorni, piuttosto si cercherà di dare dei cenni riguardo alcuni fenomeni migratori di epoca moderna e contemporanea, pertinenti ai contenuti di questo breve contributo, focalizzato, del resto, sulla presenza nell’area di famiglie di origine italiana. I fatti di cui diremo brevemente sono due: l’insediamento dei mercanti ragusei a Prokuplje tra il XVII ed il XVIII secolo e la ricolonizzazione voluta da re Milan I dopo la liberazione.

 

 

4. I MERCANTI RAGUSEI IN SERBIA NEL XVII SEC. – IL RUOLO DI PROKUPLJE

 

Dalla metà del XVII secolo Prokuplje diviene, dopo Belgrado, il secondo più importante snodo commerciale dei mercanti ragusei14 presenti sul territorio15 e fautori di un fiorente commercio, già dal secolo precedente (Jocić, 2007: 55-64). La direttrice principale dei traffici commerciali che da Ragusa conduceva a Sofia, attraverso il percorso Ragusa-Prijepolje-Novi Pazar (valico del Kopaonik)-Prokuplje-Sofia, aveva in Prokuplje un nodo fondamentale. La cittadina divenne presto un importante centro commerciale dove, grazie alle attività dei Ragusei, circolavano merci provenienti dai mercati locali quanto dall’Europa occidentale. I 493 documenti relativi ai traffici dei Ragusei a Prokuplje, conservati nell’archivio di stato di Dubrovnik, testimoniano l’importanza di tale centro in quel periodo. I Ragusei formavano a Prokuplje un’entità corporativa chiamata “colonia”, guiridicamente indipendente dal governo locale e sottoposta alla sola giurisdizione di Ragusa. La colonia aveva un proprio timbro, recante la dicitura “MERC RAG DELLA COLONIA DI PROCCVPIE” e utilizzava come lingua ufficiale l’italiano, nella varietà regionale dalmatica.16 Le attività commerciali ragusee del XVII sec. nel sud-est della Serbia avevano carattere di import-export e riguardavano svariate merci: lana, pelli bovine, cera d’api17, pelli ovine, pesce in salamoia, fornelli di rame, prodotti tessili. Numerose le località destinatarie di tali merci: Venezia, Ancona, Barletta, Roma, Firenze, Pesaro, Mantova, Parma, Verona, Bergamo, Ascoli, Perugia etc., in Italia, ma anche Londra, Belgrado e Sofia. Si stima che all’epoca vivessero a Prokuplje circa 150-200 persone di origine ragusea. Col XVIII secolo ebbe inizio il declino di questa fiorente attività e pian piano i Ragusei furono soppiantati da Zinzari18, Ebrei e Greci. Con l’occupazione austriaca del 1689, mercanti e capitali tornarono infatti a Ragusa e Prokuplje perse il proprio ruolo strategico. E’ probabile che a Prokuplje vivano/siano vissuti discendenti dei Ragusei, ma allo stato attuale delle indagini non siamo in possesso di informazioni attendibili in merito. L’unica traccia visibile della presenza della Colonia rimane nel nome di una chiesetta ai piedi dell’Hisar, nota al popolo come “La Chiesa Latina”, che venne data in uso ai Ragusei perché vi si potesse officiare secondo il rito cattolico.

 

 

5. L’AREA DELLA TOPLICA DOPO LA LIBERAZIONE (1878)

 

La fine della guerra serbo-turca, conclusasi con la sconfitta dell’ormai moribondo Impero Ottomano da parte delle forze serbe, decretò l’ampliamento dei confini del territorio serbo con l’inclusione di importanti centri abitati e città dell’area sudorientale. Una delle prime zone ad essere liberate fu l’area della Toplica con Prokuplje. Già nel 1877 vennero create le prime strutture amministrative in area che comprendeva 152 centri abitati dalla complessa composizione etnica. Dal marzo del 1878 è documentata l’esistenza di 13 comuni (Nikolić-Stojančević, 1985: 43-63). Uno sguardo ai dati dei primi censimenti della popolazione, realizzati nelle aree liberate, restituisce la fotografia di un complessa stratificazione. Nei distretti di Niš, Vranje, Pirot e Toplica sono rappresentate cinque etnie “non slave” (Inglesi, Francesi, Tedeschi, Ungheresi ed Italiani) e sette etnie slave (Russi, Polacchi, Cechi, Slovacchi, Bulgari, Croati e Sloveni). Nel distretto di Niš, nel 1884, si registra la presenza di 217 Italiani (207 in città e 10 nelle aree rurali), di cui nel 1890 rimangono solo 20 (tutti in città); A Vranje, nel 1884, gli Italiani sono 112 (7 in città e 105 nelle aree rurali), che nel 1890 scenderanno rispettivamente a 10 (città) e 12 (aree rurali); a Pirot, sempre nel 1884, gli Italiani sono 4 (tutti in città), mentre nel 1890 saliranno a 25 (15 in città e 10 nelle aree rurali). Nel distretto della Toplica, nel 1884 non si registrano presenze italiane19, mentre nel 1890 ne risultano 20, tutti in aree rurali.20 Al Congresso di Berlino21 fu risolta anche la questione delle proprietà dei turchi che avevano abbandonato l’area. Ebbero facoltà di vendere i beni (esclusi terreni coltivabili, che divennero di proprietà statale) colà rimasti tramite delega a cittadini serbi. I terreni coltivabili espropriati ai Turchi vennero poi distribuiti ai “coloni”, secondo quanto previsto dalla “Legge sulla colonizzazione delle aree liberate” del 1880, nella misura di 4 ettari di terra coltivabile e 20 are intorno alle abitazioni, più 2 ari per ogni membro maschio con più di 16 anni; dopo 15 anni i coloni divennero proprietari e furono esentati dal pagamento delle imposte.

 

 

6. GLI ITALIANI DI NOVA BOŽURNA

 

Il toponimo “Nova Božurna”, il cui etimo è sicuramente da ricollegarsi al fitonimo “božur” (= peonia), accompagnato dall’epiteto “nova” (= nuova), in contrapposizione al toponimo “Stara” (= vecchia) Božurna22, denomina un ridente paesino situato sulla via regionale che collega Prokuplje a Niš. La nascita e lo sviluppo di Nova Božurna sono legati alla costruzione della ferrovia in Serbia ed alla crisi economica dell’Italia post-unitaria, che portò numerose famiglie italiane ad emigrare all’estero in cerca di migliori condizioni di vita. Con la ricolonizzazione del territorio, voluta da Milan I, giunsero nove famiglie dalla Vojvodina, due dal Montenegro e tre dall’Italia. Le tre famiglie italiane, i Trotter, i Noro e i Dacorte, provenienti dal Friuli-Venezia Giulia, dalla provincia di Udine, raggiunsero questi luoghi nel 1881, attirati dalle opportunità di lavoro offerte dalla costruzione della ferrovia e dall’indotto. Le presenze più numerose sono attestate a Niš, maggior centro della Serbia meridionale, ove, nello stesso periodo, fu attivo un Vice-consolato italiano proprio per provvedere ai bisogni di lavoratori immigrati ed imprenditori (Gallon, 2007), la maggior parte dei quali attivamente conivolta nella costruzione della ferrovia e nell’erogazione di servizi complementari (Scotti, 2007). Vale la pena ricordare che il più grande esodo migratorio della storia moderna è stato quello degli Italiani (Rosoli,1978). A partire dal 1861 sono state registrate più di ventiquattro milioni di partenze. Nell'arco di poco più di un secolo un numero quasi equivalente all'ammontare della popolazione al momento dell'Unità d'Italia si avventurava verso l'ignoto. Si trattò di un esodo che toccò tutte le regioni italiane. Tra il 1876 e il 1900 l'esodo interessò prevalentemente le regioni settentrionali con tre regioni che fornirono da sole il 47 % dell'intero contingente migratorio: il Veneto (17,9 %), il Friuli Venezia Giulia (16,1 %) e il Piemonte (12,5 %).

 

 

7. LA FAMIGLIA TROTTER

La famiglia Trotter giunse in Serbia dalla provincia di Udine. Giovanni Trotter con la moglie Zura, giunse a Niš dopo la liberazione.23 Non è sicuro che "Trotter" fosse il vero cognome; secondo voci diffuse in famiglia, pare che il nome fosse Giovanni Battista e che Trotter fosse un soprannome, nel senso dell'espressione inglese globe trotter, "viaggiatore mondiale", ma potrebbe anche trattarsi di un elucubrazione successiva dei discendenti, con inversione omen-nomen. In ogni caso, l'anziano Giovanni, ormai Jovan24, sui motivi dell' emigrazione dall'Italia soleva tagliar corto in famiglia...E' invece certo che fosse un allevatore e che per questo avesse scelto di stabilirsi nei terreni collinosi incolti di proprietà demaniale presso Nova Božurna. In seguito questi terreni si rivelarono adatti alla coltivazione di vigneti ed alla produzione di un buon rosso che veniva venduto a Niš. Quando iniziò la costruzione della linea ferroviaria Belgrado-Niš, Jovan allestì un scantinato vicino ai binari ove vendeva prodotti caseari agli operai della ferrovia ed alla popolazione locale. Jovani produceva formaggi e latticini a Nova Božurna, in un apposito locale attrezzato che chiamava “la camareta”, termine che i discendenti acquisirono ed utilizzavano anche quando si esprimevano in serbo: “Gde je sir ? U kamareti”25. Produttore rinomato, Jovan forniva persino la corte reale a Niš, ove si recava con un carro trainato da mule. Viaggiando tra Niš e Nova Božurna conobbe altri italiani, con i quali parlava del proprio villaggio. Fu così che altre due famiglie decisero di trasferirvisi e si imparentarono coi Trotter: le famiglie Noro e Da Corte, di cui avremo modo di parlare..

Ebbe sette figli (Carlo, Tommaso, Domenico, Arcangelo, Antonio, Stefano e Giovanni) e tre figlie (Santina, Antonia, Natalia). Il figlio Carlo, celibe, morì di tifo nel 1915. Lo stesso anno morirono Giovanni e sua moglie Zura. Giovanni, prima di morire, divise con testamento26 le sue proprietà agli altri figli e figlie.

I figli Tommaso, Domenico e Giovanni furono uccisi durante le guerre di liberazione del 1912-18. Domenico e Giovanni, sposati con donne tedesche, hanno lasciato una numerosa discendenza. Dopo la guerra rimasero in vita Arcangelo, che si guadagnò un'onorificenza sul campo, di cui rimane un certificato, Antonio e Stefano. Stefano dopo la guerra espletò il servizio militare nella guardia reale. Antonio e Stefano restarono insieme a casa. A causa della requisizione delle loro proprietà effettuata da parte degli eserciti di occupazione, alla fine della Prima guerra mondiale, ottennero un risarcimento di danni di guerra. Il risarcimento cosistette in 20 vacche, una mietitrice, un impianto per la distillazione domestica, un trier (per la separazione della paglia dal grano), uno sgranatore (per la sgranatura del grano). Sia il trier che lo sgranatore si trovano ancora oggi a casa di Slavko Trotter. Poichè non ebbe figli, Arcangelo adottò un nipote che portava il suo stesso nome, donde frequenti confusioni nei documenti. Arcangelo (il figlio di Giovanni), oltre ad occuparsi del commercio dei latticini, era un bravo artigiano. Costruiva infatti costose sedie di legno e paglia, del tipo "ad uso Cormons", con il sedile impagliato o costituito da listelli avvitati allo scheletro portante, come da tradizione udinese dell’epoca. Anche la moglie di Arcangelo27, Elisabeta David, era di Udine.

Alcuni dei Trotter rimasero cattolici, altri passarono all’ortodossia. Pare che a rimanere cattoliche siano state le famiglie più abbienti28, che potevano permettersi il viaggio fino a Niš, per assistere alla liturgia presso la Chiesa Cattolica29; gli altri passarono all’ortodossia, soprattutto in occasione di matrimoni interconfessionali, il primo dei quali fu celebrato tra Antonio Trotter (n. 1887) e Draga Glozić, che si convertì al cattolicesimo e che, alla morte di Antonio, insistette perché il funerale venisse celebrato secondo il rito cattolico. Draga proveniva dalla famiglia Glozić, giunta in quei luoghi dalla Vojvodina ma proveniente dalla Slovacchia (Glozik era il cognome originario), inizialmente installatasi nel villaggio di Milanovo, presso Leskovac. Anche Nadežda, nata Mladenović, si convertì al cattolicesimo prima di sposare Antonio Trotter. La cerimonia fu celebrata presso la Chiesa Cattolica di Niš. Teresa, invece, sposata ad un Pavlović, passò all’ortodossia e assunse il nome “Dinka”. Ma la religione non divideva, semmai univa queste famiglie che tutte insieme onoravano le festività tradizionali con grande gioia ed allegria. Essere “italiani” non ha mai rappresentato un problema per i Trotter, alcuni dei quali, come Slavko, hanno ricoperto importanti cariche pubbliche.

Oggi esistono 27 famiglie30 dal cognome Trotter che discendendono direttamente dal "primo" Giovanni. Dodici di esse vivono a Nova Božurna, sei a Prokuplje, una a Leskovac, sei a Niš, una a Zagabria ed una in Francia.

 

 

8. LA FAMIGLIA NORO

 

Antonio Noro, detto "il Barba31", nacque nel 1862 a Tarcento, frazione nella provincia di Udine. Scavatore di gallerie, giunse nel 1879 in Serbia per lavorare alla costruzione della linea ferroviaria Belgrado-Niš. Tabagista incallito, pare al punto di masticare tabacco poichè era vietato fumare in galleria. Ultimata la costruzione della ferrovia, rimase a vivere in Serbia, a Nova Božurna, svolgendo piccoli lavori di muratura. Sposò la figlia di Giovanni Trotter che viveva nello stesso paese. Da lei ebbe i figli Giovanni, Antonio, Riccardo, Vitomir e la figlia Maria. Antonio, dopo aver frequentato due anni di ginnasio, nel 1944 si unì ai partigiani e morì combattendo contro i tedeschi quello stesso anno. Riccardo, dopo la Seconda guerra mondiale, alla quale partecipò come partigiano col grado di comandante, fu ferito e poi assunto in quanto invalido di guerra, nella fabbrica di Prokuplje “FIAZ”. Il terzo figlio, Vitomir, anch'egli partigiano, dopo la guerra tornò a vivere nel paese come agricoltore.

Maria, figlia del primogenito Antonio, sposò un membro della famiglia Bečejski di Nova Božurna ma originaria della Vojvodina e generò tre figli e cinque figlie. Oggi esistono 5 famiglie composte da complessivi 15 membri che portano il cognome Noro in Serbia. Di esse, tre vivono a Nova Božurna, una a Prokuplje ed una a Niš. Si dice che Antonio Noro sia morto alla veneranda età di 97 anni senza aver mai consultato medici. Aveva un libro pieno di documenti e di fotografie che, pare, per suo espresso desiderio, fu sepolto con lui. Un nipote di Antonio, Srbislav, ha seguito le orme del nonno, si è diplomato alla scuola per ferrovieri e lavora alla manutenzione delle locomotive presso le stazioni di Prokuplje e Kuršumlja. Suo figlio Bratislav è magazziniere alla stazione di Niš. Si è così tramandata di padre in figlio la tradizione «ferroviaria» della famiglia Noro. «nonno Barba costruì la ferrovia serba perchè nipoti e pronipoti vi lavorassero...

 

 

9. LA FAMIGLIA DACORTE

 

A Nova Božurna, dopo la liberazione giunse anche un tale sig. Dacorte con tre figli, Josif, Adolfo e Giuseppe e tre figlie Angelina, Teresa e Anna. Giuseppe, lavorò alla costruzione della ferrovia serba con mansioni di scavatore di gallerie. Durante la Prima guerra mondiale fu catturato dalle truppe bulgare di occupazione e trascorse il resto della guerra in prigione in Bulgaria. Giuseppe morì in un incidente sul lavoro dopo la Prima guerra mondiale. Adolfo, dopo la guerra, si impiegò come gendarme a Prizren dove sposò una donna del luogo. Il cognome Dacorte esiste più in Serbia perché i fratelli, anche se sposati, non hanno avuto prole. Angelina si sposò con uno Stevanović, Teresa – detta Jeja – con un Trotter, Anna con un Glozić della Vojvodina. Tale famiglia in Serbia ha ormai solo discendenti per linea materna.

 

 

10. UN’ EMOZIONANTE SCOPERTA

 

Il 12.04.07, durante la visita ai Trotter, si è deciso di andare a visitare anche il vicino cimitero del villaggio. Oltre alle tombe di membri della famiglia allargata e delle famiglie Noro e Dacorte, mi sono state mostrate alcune tombe di “ignoti” molto antiche, abbandonate, sommerse da terra e vegetazione ed inclinate in avanti, 6 in tutto. Mi è stato riferito che, a memoria d’uomo, sono sempre state lì, ma che nessuno ne sapeva nulla. “Sono, però, italiane…”

Chiedo di vederle, niente da fare per quelle sotterrate, ma c’è una lapide riversa sul terreno, perfettamente leggibile:

 


(1)

 

CUI RIPOSA

ANGELA AGNOLI

CUN CUATRO FIGGI

NATA 1863 MORTA

1890 CADORE VALE

ITALIA


 

Nelle vicinanze, una seconda lapide parzialmente interrata, fortemente inclinata ma accessibile. Riesco a leggere una sillaba “TER”; convinta si tratti di (TROT)TER, con l’aiuto entusiasta dei presenti (i Trotter intervistati e Darko Žarić, storico del Museo di Prokuplje e collaboratore di questa ricerca) la riportiamo alla luce. C’è grande emozione. La mano dello scalpellino32 sembra la stessa, ma l’epitaffio non è parimenti leggibile:

 


(2)

 

CUI RIPOSA IN

PACE CATERINA

AGNOLI…1870

LUIGIA AGNOLI

.1891 ITALIA

VALE CADORE

…………………

…………………

……………1898

 


 

 

Forse operai della ferrovia con le loro famiglie (le altre tombe ignote potrebbero essere dei membri maschi), sepolti qui in quanto cimitero italiano (cattolico) ??? Dal Bellunese e da Valle di Cadore furono in molti ad emigrare in quel periodo, ed a Valle di Cadore, piccolo centro di 2000 abitanti circa, il cognome AGNOLI è tuttora molto diffuso. Chi furono gli Agnoli ? Esistono dei loro discendenti o parenti in Italia ? Forse, portando alla luce le altre lapidi, potremo saperne di più. Abbiamo raccolto dei fiori di campo e li abbiamo sistemati su quelle tombe abbandonate, tombe di connazionali, di Italiani….

 

Sul sito genealogico del Sig. Piccioli33 credo di aver trovato alcune delle persone a cui sembrano appartenere le due epigrafi .

ANGELA DEL FAVERO, nata a Valle di Cadore il 21.12.1863; coniugata con ANTONIO AGNOLI, nato a Valle di Cadore il 19.12.1957; a Valle è stato celebrato il matrimonio, il 21.12. 1885. ANGELA AGNOLI è morta in Serbia il 31 luglio 1890. E’ sepolta nel sude-est della Serbia, nel villaggio di Nova Božurna.

ANTONIO AGNOLI risulta, dopo la morte di Angela, aver sposato in seconde nozze MARIA ANTONIA MARINELLO, in data 11.01.1891 in Serbia. Antonio risulta deceduto a Valle del Cadore il 02.02.1902. MARIA ANTONIA MARINELLO risulta defunta a Valle il 29.01.1935, dopo aver contratto nuovamente matrimonio con Pietro Cillotta. Risulta anche un’ANTONIA AGNOLI, nata in Serbia nel 1887 e qui morta all’età di 23 anni. Poiché le date di nascita e morte, nonché i luoghi, coincidono, mi sento di ipotizzare che l’epitaffio (1) appartenga alla tomba di Angela Agnoli, nata Del Favero. Altre ricerche sono in corso.

E’ mia ferma intenzione restituire un volto ed una dignità a queste sepolture abbandonate, restituirne il ricordo agli eventuali discendenti e familiari, ricostruire la storia di questi Italiani che, come me, hanno scelto di vivere in questo meraviglioso paese.

 

 

11. POSTFAZIONE (2008)

 

Subito dopo la scoperta delle tombe Agnoli, ho contattato via e-mail il Sindaco di Valle di Cadore, Sig. Matteo Toscani, che dopo qualche tempo mi ha scritto, informandomi di aver trovato discendenti viventi degli Agnoli e dei Dacorte. Nella primavera del 2008 è venuto di persona a Prokuplje per visitare il cimitero di Nova Božurna e rendere onore ai concittadini defunti.

Molti quesiti rimangono ancora aperti: a chi appartengono le tombe (al momento) non accessibili ? Chi incise le lapidi ? Forse scalpellini italiani, provenienti anche loro dal nord-est, come fa supporre la patina dialettale delle epigrafi ? Forse gli stessi attivi a Niš nel stesso periodo ? Con quali mezzi e fino a quando le famiglie immigrate hanno conservato l’uso (regionale) dell’italiano ? Quali furono i loro rapporti con la missione Cattolica a Niš ? Ulteriori ricerche sarebbero necessarie per poter ricostruire la storia di queste famiglie e dell’emigrazione italiana in Serbia alla fine dell’Ottocento.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Dimitrijević S., Dubrovačka trgovina u Leskovcu i okolini i uloga Dubrovačke kolonije u Prokuplju in: Jocić M., 2007, Drevno Prokuplje, Narodni Muzej Toplice, Prokuplje

 

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Scotti. G., 2007, “Gli italiani in Serbia dalla fine dell’800”, in: AA.VV, I binari che ci hanno portato già una volta in Europa, GIP Punta-Agenzia Dante Alighieri, Niš.

 

 

2 Versione corretta ed aggiornata dell’omonimo articolo pubblicato in: AA.VV, 2007, I binari che ci hanno portato già una volta in Europa, GIP Punta-Agenzia “Dante Alighieri, Niš

3 L’area della Toplica, che deve il suo nome ad un idronimo, quello del fiume “Toplica”, dalle acque un tempo calde, come suggerisce l’etimo, ipotesi confortata anche dalla presenza di numerose zone termali nei dintorni, comprende la piana disegnata dal fiume nel suo corso, dalla sorgente presso il massiccio del Kopaonik, alla riva sinistra del corso meridionale del fiume Morava, includendo le cittadine di Prokuplje e Kuršumlja e numerosi centri minori.

4 Al Congresso di Berlino del 1878 presero parte rappresentanti delle potenze europee e dell'Impero Ottomano. Scopo del Congresso era riorganizzare la struttura politica dell'area balcanica chiudendo la crisi orientale, legata alla presenza turca nei Balcani, che si era aperta nel 1875 con epicentro in Bosnia e in Erzegovina e che aveva portato alla guerra turco-russa del 1877-78. L’intervento della Russia ebbe origine dalla volontà di ottenere uno sbocco sul Mar Mediterraneo e di liberare le popolazioni slave, in particolare la Serbia, dal giogo ottomano. Al Congresso presero parte il Regno Unito, l'Impero Austro-Ungarico, la Francia, la Germania, l'Italia, la Russia e la Turchia, i delegati di Grecia, Romania, Serbia, e Montenegro parteciparono alle singole sessioni riguardanti i loro paesi ma non come membri effettivi del congresso. Il Congresso di Berlino propose e ratificò il Trattato di Berlino, che, tra l’altro, riconosceva l’indipendenza della neomonarchia serba. Nel 1882 l’erede al trono Milan Obrenović salì al trono col nome di Milan I. Alla guerra serbo-turca è legato un episodio riguardante la storia della musica: la composizione della “Marcia Slava” di Čajkovskij, composta nel settembre del 1876 in occasione di un evento di beneficienza a favore dei soldati slavi feriti durante la guerra serbo-turca.

5 Il trattato di resa con cui i Turchi abbandonavano la città fu firmato dal vincitore M. Lešianin per le forze serbe e da Halil Pascià e Rešid Pascià per quelle Turche, in data 28 dicembre 1878.

6 “Città-chiave della Vecchia Serbia”

7 sic

8 Aleksandrovo in serbo

9 Un dettagliato resoconto della vicenda si trova sul sito ufficiale delle Ferrovie dello Stato serbe, alla pagina http://www.zeleznicesrbije.com/system/srlatin/home/newsplus/viewsingle/_params/newsplus_news_id/1800.html, Ultimo aggiornamento: venerdì 08. Settembre 2006; data d’accesso: 08-04.07

10 Il Principato di Serbia, in quanto vassallo dell’Impero Ottomano, aveva bisogno di un formale permesso.

11 C.f.r., supra, nota 2

12 ibid.

13 secondo il vecchio calendario; il 4 settembre secondo il nuovo.

14 S’intende gli abitanti della florida città di Ragusa in Dalmazia, illustre repubblica marinara dell’Adriatico, nota anche come “Repubblica di San Biagio, dal nome del santo protettore, oggi Dubrovnik in Croazia. Nella bibliografia serba l’etnico in uso è “Dubrovčani” e l’entità statale è chiamata “Dubrovačka Republika”.

15 Grazie ad un vero e proprio contratto stipulato con l’Impero Ottomano, che prevedeva il pagamento di una tassa annuale di 12.000 ducati, la Repubblica Ragusea mantenne l’indipendenza ed ottenne il permesso di esercitare un regime di monopolio commerciale nei territori balcanici dominati dalla Porta. Tale contratto prevedeva anche la possibilità per i Ragusei di creare colonie stabili nei maggiori snodi commerciali.

16 lingua ufficiale della Repubblica Ragusea sino al 1808, data del l’occupazione francese.

17 destinata in particolare alle chiese italiane.

18 Popolazione di origine romena (e dunque romanza) nota anche come “Aromeni”, “Macedoromeni” o “Cutzovalacchi”; il romeno appartiene al gruppo neolatino o romanzo delle lingue indoeuropee ed ha quattro grandi principali dialetti: il dacoromeno (dacoromân) parlato nel territorio romeno e in una parte del Banato serbo, alla base della lingua letteraria; il macedoromeno o aromeno (aromân) parlato dagli Aromeni (Aromeni o Cutsovalacchi o Zinzari) sparsi in vari Stati della Penisola Balcanica, ma in particolare in Grecia (Tessaglia ed Epiro) il meglenoromeno o meglenitico (meglenromân) parlato da qualche migliaio di persone in una zona a nord-est della provincia di Salonicco; l'istroromeno (istroromân) parlato nelle ex colonie romene dell' Istria in prossimità del Monte Maggiore.

19 Ma numerose testimonianze affermano che le famiglie italiane di cui si dirà più avanti fossero già presenti nella zona nel 1881, agli inizi dei lavori di costruzione della ferrovia.

20 Dovrebbe trattarsi degli Italiani del villaggio di Nova Božurna.

21 C.f.r., nota 2

22 Stara Božurna si trova a breve distanza, nel comune di Žitorađ; il territorio compreso fra le due località era noto per essere particolarmente adatto alla coltivazione, appunto, delle peonie.

23 Il termine post quem è, dunque, il 1878

24 Giovanni richiese ed ottenne subito la cittadinanza serba e serbizzò il proprio nome, ma non mutò religione e rimase cattolico sino alla fine dei suoi giorni.

25 “Dov’è il formaggio ? Nella “camareta”

26 Tuttora in possesso dei discendenti

27 Probabilmente il “secondo” Arcangelo

28 Mi è stata riferita , a tal proposito, una storiella con cui si spiegava ai bambini, in famiglia, perchè il Natale Cattolico arrivasse prima di quello Ortodosso. Il Natale Cattolico era ricco, portava gli stivali, e poteva guadare i fiumi senza temere il fango; il Natale Ortodosso, povero, non aveva che gli opanci (sorta di cioce tipiche del costume tradizionale serbo) e doveva fermarsi e sfilarseli….

29 Nella “Chiesa Latina” di Prokuplje, infatti, non si officiava più dai tempi dei Ragusei; c.f.r., supra, nota 13. La missione cattolica a Niš, affidata al barnabita Cesare Tondini de’ Quarenghi, aveva fra l’altro aperto, nel 1885, una scuola italiana per i figli degli immigrati. Cfr., Priante, 2007.

30 Complessivamente, circa 100 membri

31 Cioè, “zio”

32 Forse di Giuseppe Benedetto, “mastro della pietra” bellunese attivo a Niš dal 1885 al 1937 ? Cfr., Scotti, 2007

 

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