Settembre 2008  Supplemento alla rivista EL.LE - ISSN: 2280-6792
Direttore Responsabile: Paolo E. Balboni
Globalizzazione e nuovi bisogni linguistici. L'introduzione sperimentale di un corso di italiano per affari presso la Facoltà di Scienze bancarie ed Economia e Commercio dell'Università 'Braca Karic' di Alessandra Genovesi-Bogicevic

ABSTRACT

 

Secondo uno dei più noti economisti italiani, la globalizzazione come utopia neoliberista è crollata l’11 settembre 2001. Sulla scena globale sono al momemto in atto processi di deglobalizzazione in direzione di un nuovo assetto mondiale policentrico e multiculturalizzato, organizzato in “isole” economiche variamente interconnesse, scenario che egli chiama “globalizzazione-arcipelago”.

Nel nuovo spazio mondiale postglobale l’inglese perde il primato assoluto di lingua della comunicazione internazionale e viene affiancato da altre lingue, a seconda della posizione geografica e delle interconnessioni delle “isole”. In questo quadro va analizzato l’aumento della domanda di italiano e dei suoi linguaggi specialistici nelle aree dell’est europeo in cui l’industria italiana ha delocalizzato parte della produzione a partire dagli anni ’90. Nel presente contributo viene presa in considerazione l’aumentata domanda di italiano “per affari” in Serbia e la sua introduzione sperimentale presso la Facoltà di “Scienze Bancarie e Commercio” dell’Università “Braća Karić” a Niš.

 

 

 

1. GLOBALIZZAZIONE, DEGLOBALIZZAZIONE, POSTGLOBALIZZAZIONE

Secondo l’economista Mario Deaglio, autore del recente saggio Postglobal (Deaglio: 2004) l'era della globalizzazione è ormai tramontata e può considerarsi anacronistica la discussione ancora in corso su vantaggi e svantaggi del fenomeno. La globalizzazione è ormai finita e una nuova fase storica si sta aprendo, fase che Deaglio definisce appunto "Postglobal". Per Deaglio la globalizzazione nasce come progetto politico liberale nei paesi capitalisti occidentali all'inizio degli anni ’80, col fine di diffondere a livello mondiale un benessere analogo a quello di cui godevano i cittadini delle democrazie occidentali, attraverso l'espansione su scala globale dell'economia di mercato, secondo il modello liberista. Questo sogno liberale, già minato dalle crisi economiche e finanziarie degli ultimi anni Novanta, sarebbe tuttavia crollato l'11 settembre 2001. A partire da questa data, secondo l’autore, iniziano, su scala planetaria, processi di de-globalizzazione. Alla base del fallimento del progetto globalista una serie di fattori imprevisti, di "diseconomie esterne globali": le grandi epidemie degli ultimi anni, come la Sars, l'invecchiamento della popolazione mondiale, la crescita dei divari di reddito, l’instabilità crescente, la diffusione della corruzione nel mondo finanziario.

Deaglio distingue una prima globalizzazione, iniziata intorno al 1840 e terminata con la Prima Guerra Mondiale, che definisce “ globalizzazione lunga": il primo progetto di un mercato globale messo in atto dalla borghesia liberale agli albori del capitalismo contemporaneo. Già alla fine dell'Ottocento esistevano un mercato finanziario globale, una notevole interdipendenza fra le economie dei paesi europei e le colonie dell'Asia, dell'Oceania, dell'America e dell'Africa; un sistema di comunicazioni su scala mondiale realizzatosi con la diffusione del telegrafo; un sistema globale del commercio marittimo; migrazioni internazionali della forza-lavoro; a questa globalizzazione economica e finanziaria si affiancava, secondo Deaglio, anche una globalizzazione culturale, un processo di uniformazione degli stili di vita dovuto al diffondersi degli stessi beni di consumo a livello mondiale. Una “seconda globalizzazione”, definita “globalizzazione breve”, sarebbe invece iniziata alla fine degli anni ’70 e drammaticamente terminata l'attacco alle Torri gemelle di Manhattan. La globalizzazione di cui Deaglio dichiara il tramonto è dunque non la globalizzazione intesa à la Giddens come "interconnectedness", come sistema mondiale di reti di relazioni e di scambi, ma il progetto liberal-globalista, l'utopia di una Cosmopolis globale organizzata secondo le regole del liberismo economico e del liberalismo politico di matrice anglo-americana. L'autore ipotizza anche gli esiti ai quali possono condurre le dinamiche in corso, consegnando al lettore tre scenari alternativi: 1) la “pax americana”: il mondo unificato sotto il potere militare economico e culturale degli Stati Uniti d'America; 2) la “globalizzazione-arcipelago”: l'integrazione fra sistemi regionali che tuttavia mantengono la propria autonomia economica, politica e culturale e 3) il tragico scontro di civiltà immaginato da Samuel Huntington (Huntington 2003). Fra i tre esiti possibili della "post-globalizzazione" Deaglio mostra di prediligere il secondo, la "globalizzazione-arcipelago". Un modello multicentrico, nel quale in luogo di una integrazione omogeneizzante a livello globale si assiste al formarsi di isole politiche e culturali integrate in base alla loro prossimità geografica o a particolari vincoli storici e culturali. Certo può destare scetticismo il giudizio di valore positivo espresso nei confronti della “globalizzazione breve” come innocuo e quasi filantropico progetto neoliberista, giudizio che sembra dimenticare drammatiche conseguenze quali la globalizzazione della povertà, lo sradicamento delle culture, la macdonaldizzazione e le reazioni locali etnicistiche, così come l’uso della forza come strumento primario di risoluzione delle controversie internazionali nella formula ipocrita della “guerra umanitaria”. Quel che è, a mio parere interessante, è lo scenario che vede l’ordine geopolitico planenetario ristruttarato in macroaree, scenario di cui sono già visibili i primordi: Usa, Unione Europea, ricompattamento di alcuni paesi dell’ex Patto di Varsavia intorno alla Federazione Russia e “CINDIA” (Pachlovska 2004; Rampini 2006) . Enormi le implicazioni di natura linguistica: il ruolo dell’inglese come “lingua franca” della comunicazione internazionale viene infatti messo in dubbio dai rapporti tra le “isole” che richiedono in modo sempre più pressante un approccio glocale plurilinguistico. Se globalizzazione ha significato anglocrazia, il concetto di deglobalizzazione rimanda alla formazione di un nuovo sistema1 (pluri)linguistico mondiale.

2. VERSO UN NUOVO SISTEMA (PLURI)LINGUISTICO MONDIALE ?

 

Lo scenario linguistico (post)globalizzato sta evolvendosi ? In che quale direzione ?

Lo psicologo e linguista Claude Piron, in una recente intervista, pubblicata sul web2 col titolo: “Il nuovo ordine linguistico mondiale: irrazionale e masochistico”, ha definito la scelta dell’inglese come lingua della comunicazione internazionale, appunto “irrazionale e masochistica”. Per una seria di motivi ampiamente discutibili, secondo Piron l’unica lingua adatta al ruolo di “lingua franca” sarebbe l’esperanto. Senza entrare nel merito delle affermazioni di Piron, va però detto che l’anglocrazia linguistica appare in crisi. Per il semiologo Paolo Fabbri3 ”L'anglofonia non è il mezzo che è diventato messaggio. Oggi l'inglese è parlato dall'8,33% pianeta: è il doppio degli arabi, certo ma la metà dei cinesi. Poi, come tutte le lingue supercentrali, l'inglese, con britannico dispetto, si va differenziando in varietà "dialettali" autonome - americano, australiano, indiano. E se è stata, negli ultimi dieci anni, la lingua del web, oggi è scesa sotto il 50%” per poi concludere che: “Ci saranno molte modernità: molte nature generate dalle scienze, molte lingue e molte culture”. Anche Velički4, esponendo la necessità di una politica plurilinguistica per la Croazia, citando Herbert Christ, avverte: “(...) i nuovi mercati sono multiculturali e plurilinguistici (...) Il personale plurilingue diviene conditio sine qua non nella produzione e nel commercio contemporanei”5

Pluricentrismo, plurilinguismo, pluriculturalismo, fine dell’anglocrazia, si direbbe...Ma qual’è la posizione dei protagonisti principali del mercato globale ?

Sorprendentemente, allarmate dichiarazioni sull’inadeguatezza dell’uso esclusivo dell’inglese come “lingua franca” della comunicazione internazionale arrivano proprio dall’Inghilterra, dal Cilt – The National Centre for Languages. Nell’introduzione a “Talking World Class – The impact of language skills on the UK economy”, Sir Trevor Mc Donald afferma: ”We are in a privileged position speaking one of the world’s major languages, and we benefit in many ways from others’ eagerness to gravitate towards the English-speaking world. But it is a dangerous assumption to go from there to believing that English is the only language needed for communication in the global economy. If we are complacent about tackling language issues, I believe we will do serious damage to our competitiveness and to our future prosperity.”6 Una citazione è particolarmente significativa: “It's only through talking to the customers and obtaining an understanding of their requirements that we can hope to succeed – and the customers don't all speak English. Sales Manager, P&L Systems”. L’inglese non è sufficiente. “Only 6% of the world population are native english speakers; 75% speak no english at all”.

La soluzione ? “The British economy should be making much more use of language skills, using them effectively to support international trade, to attract inward investment, to boost tourism and to improve the quality of our service industries.”7

Plurilinguismo, dunque, ma quali lingue conoscere (cioè imparare) accanto all’inglese ? Dipenderà dalle macroaree e dalle loro interconnessioni. Il plurilinguismo come approccio “globale” dovrà necessariamente “glocalizzarsi”, a partire dai bisogni comunicativi degli utenti-apprendenti.

 

3. AUMENTO DELLE RELAZIONI COMMERCIALI ITALO-SERBE E DOMANDA DI ITALIANO

 

Il saggio di Deaglio Postglobal si conclude con la presentazione degli scenari che potrebbero seguire ai processi di deglobalizzazione in atto. Quello auspicato dall’autore – un mondo di isole economiche – la “globalizzazione-arcipelago”, richiama l’idea di un glocalismo in cui, accanto alle macroregioni politiche (UE, NAFTA, MERCOSUR) si affiancano isole produttive (i distretti industriali) transregionali ed interconnesse. Un esmpio di isola produttiva può essere rappresentato dalla rete di delocalizzazioni produttive dell’imprenditoria italiana (specie del nord-est) nei paesi membri e non dell’UE nell’Europa orientale. All’interno di quest’isola economica, è possibile identificare una “Italia nei balcani”, all’interno della quale una posizione privilegiata per volume di scambi e presenza di investitori, appartiene alla Serbia. Per quanto riguarda, ad esmpio, le esportazioni, l’Italia è stata, nel primo semestre del del 2007, il principale acquirente della Serbia, con 405 milioni di Euro ed una crescita del 26,3 % rispetto al primo semestre dell’anno precedente. Per quanto riguarda, invece, le esportazioni, si trova al terzo posto con 501 milioni di Euro (+ 24,2 %) preceduta da Federazione Russa e Germania.

 

Grafico n. 1 – Esportazioni. Principali acquirenti della Serbia8

 

Grafico n. 2 – Importazioni. Principali fornitori della Serbia

 

Per quanto riguarda gli investimenti diretti, in Serbia si registra la presenza di circa 80 aziende italiane (acquisizioni, partecipazioni) e di 4 banche.9

Una prima fase dell’internazionalizzazione dell’impresa italiana si può collocare tra gli anni ’70 e gli anni ’90, esempio paradigmatico l’apertura ai mercati esteri dell Benetton, secondo il sistema della filiale di vendita. La svolta avviene alla fine degli anni ’90, quando le filiali estere assumono anche i compiti di gestire il magazzino e di sviluppare e mentenere i rapporti con la clientela. E’ nell’ultimo decennio che si verifica il fenomeno più interessante: la delocalizzazione produttiva, soprattutto nelle vicine aree dell’est europeo, che offrono manodopera a costi contenuti. E’ da questo momento che cambiano i bisogni comunicativi dell’azienda: non più sporadici viaggi in loco degli agenti e relazioni basate sulla corrispondenza commerciale, ma trasferimento di personale stabile nelle nuove realtà produttive, dunque necessità di comunicare col personale locale e diffondere la cultura aziendale italiana.

Come si è detto in precedenza, “the customers don't all speak English”.

La domanda di italiano all’estero, è stata influenzata, proprio nell’ultimo decennio, dai bisogni comunicativi indotti dall’aumento delle relazioni economiche dell’Italia con altri paesi, di cui si rifersce brevemente nel successivo paragrafo.

 

4. CRESCITA DELLA DOMANDA DI ITALIANO ALL’ESTERO E IN SERBIA

 

L’indagine “Italiano 2000”10, svolta tra il 2000 e il 2001 dal gruppo di lavoro guidato da Tullio De Mauro e Massimo Vedovelli, su incarico del Ministero agli Affari esteri, ha avuto per scopo il monitoraggio dello studio della lingua italiana nel mondo e la ricognizione dei materiali didattici utilizzati. Destinatari dell’inchiesta, gli Istituti di Cultura Italiana nel mondo, che al questionario elettronico hanno risposto nel 71% dei casi. I risultati, pubblicati nel 2001 ed aggiornati nel 2004, mostrano un aumento degli studenti iscritti ai corsi d’italiano ed un incremento del numero dei corsi organizzati. In particolare, è stato rilevato l’aumento dei corsi sui “linguaggi per scopi speciali” o “microlingue”. I più numerosi, secondo l’indagine, risultano essere i corsi di italiano economico e quelli sulla cucina italiana; seguono, poi, i corsi sull’arte e la musica. Di particolare interesse, la sezione dedicata alle motivazioni allo studio della lingua italiana. Le motivazioni sono state esplicitate nel questionario nella forma di “macrocategorie”, con la possibilità di scelte multiple e precisazione dell’ordine di importanza:

  1. La macrocategoria ‘Tempo libero’ è stata disaggregata nel modo seguente: a) per ragioni turistiche; b) per la cultura italiana (arte, musica, letteratura); c) per altri gli aspetti della società e cultura moderna italiana (cinema, canzoni ecc.).

  2. La macrocategoria ‘Studio’ è stata disaggregata nel modo seguente: a) per partecipare ai programmi di mobilità (Socrates ecc.); b) perché l’italiano è materia obbligatoria nel curriculum scolastico; c) per continuare gli studi in Italia.

  3. La macrocategoria ‘Lavoro’ è stata disaggregata nel modo seguente: a) per diventare traduttore ed interprete; b) per diventare insegnante di italiano; c) per lavorare con ditte italiane; d) per fare carriera sul posto di lavoro; e) per trovare lavoro in Italia.

  4. La macrocategoria ‘Motivi personali’ è stata disaggregata nel modo seguente: a) partner italiano/-a; b) famiglia di origine italiana.Viene dunque riconfermato il fattore culturale come la base più solida che sorregge il contatto con l’italiano. Segue la macrocategoria ‘Motivi personali’, con il 25,8% dei casi. Al terzo posto emerge il lavoro, con il 22,4 % dei casi; ultimo posto, fra le prime scelte, occupa lo studio, col 19%. 11

Grafico n. 3 – Le motivazioni allo studio dell’italiano come primo fattore scelto

 

Grafico n. 4 – I fattori costitutivi della categoria motivazionale ‘lavoro’: valutazione ‘più importante’

 

All’interno della macrocategoria “lavoro”, la motivazione maggiormente addotta risulta “lavoro con ditte italiane”, scelta nell’84,3 % dei casi. Per quanto riguarda, invece, lo studio, la motivazione principale risulta essere “continuare gli studi in Italia”.

Grafico n. 6 - I fattori costitutivi della categoria motivazionale ‘studio’: valutazione ‘più importante’

 

5. LA DOMANDA E L’OFFERTA DI ITALIANO IN SERBIA

 

L’indagine “Italiano 2000” non contiene dati specifici a livello, micro, per nazione. Ma sulla domanda di italiano in serbia, disponiamo dei risultati dell’indagine di Vučo del 1991 (Vuco 1991: 31-59) che mostrano un trend simile: la motivazione “lavoro”, sebbene significativamente rappresentata (20%), viene solo dopo le motivazioni legate alla sfera personale e culturale. L’indagine Vučo è stata svolta all’inizio degli anni ’90, ma è soprattutto negli ultimi anni che si assiste ad una diffusione capillare della lingua italiana, nelle istituzioni scolastiche pubbliche, come in quelle private. A partire dal 2001/2002, l’italiano è stato introdotto come lingua obbligatoria nelle scuole medie superiori ed inferiori, addirittura come prima lingua nei licei filologici. I corsi di italiano, generale e speciale, sono in continuo aumento presso le scuole private di lingue, nate a partire dagli anni ’80, e diffusesi a tal punto che alla fine del 2002 il loro numero si stimava in più di 60.12 Nelle Università statali, l’italiano si insegna come prima lingua presso la Facoltà di Filologia a Belgrado; come seconda lingua, presso le Facoltà di filosofia a Belgrado e a Novi Sad. Al momento, non risultano insegnamenti di italiano presso le Facoltà economiche statali.

Negli anni 90’ si è assistito ad una vera e propria “fioritura”, di Università private. Secondo i dati del Ministero per l’Istruzione, le Università private riconosciute sono 7 (con un numero di facoltà in continuo aumento) e quattro le Facoltà private autonome.13 Quasi tutte prevedono nel piano di studi l’italiano, generale o per scopi speciali14, come seconda lingua straniera, accanto all’inglese.

Una delle prime Università private nate in Serbia nel periodo di cui si è detto, è l’Università “Braća Karić”, con sede a belgrado, ma presente in varie città con sedi locali denominate “Centri didattici”, organizzate secondo la modalità degli “studi a distanza”. L’offerta didattica comprende le Facoltà di: “Management”, “Scienze Bancarie Commercio”, “Managment d’impresa”, “Management dello sport”, “Economia e Scienze Politiche”, “Lingue Straniere” e “Accademia dell’arte”. Presso la Facoltà di “Scienze Bancarie e Commercio”, accanto all’inglese (obbligatorio) è possibile scegliere una seconda lingua, anch’essa obbligatoria, fra: tedesco, russo, francese, spagnolo, italiano e arabo. Prima e seconda lingua vengono studiate per tutta la durata degli studi (4 anni). Presso i centri a distanza, la seconda lingua straniera è stata attivata sulla base delle preferenze espresse dagli studenti nel corso di un indagine preliminare. Presso la sede di Belgrado, i corsi di lingue hanno una durata di 60 ore, mentre nei Centri, le ore sono ridotte a 30.15

 

6. L’INTRODUZIONE SPERIMENTALE DI UN CORSO DI ITALIANO “PER AFFARI’ PRESSO LA FACOLTA’ DI “SCIENZE BANCARIE E COMMERCIO’ DELL’UNIVERSITA’ “BRAĆA KARIĆ’ A NIš.

 

Nell’ anno accademico 2006-2007, su proposta del Preside della Facoltà di “Scienze Bancarie e Commercio” dell’Università “Braća Karić” viene introdotto l’ italiano “per affari” al quarto anno di studi, presso il Centro di Niš. Gli studenti iscritti al quarto anno erano 82, così si è deciso di dividerli in due gruppi, in modo da agevolare la didattica e l’interazione con l’insegnante. Il corso prevedeva 30 ore per ciascun gruppo. Per quanto riguarda i contenuti, che scegliesse l’insegnante. Praticamente, si trattava di partire da zero. Che cosa insegnare ? Come ? In quale lingua ? Per quali fini comunicativi ?

Dopo varie ricerche, è stato trovato un libro di testo da cui partire: “Italiano per economisti” di Alma Edizioni. Essenziale, senza supporti multimediali, rivolto a utenti stranieri con un livello intermedio iniziale di conoscenza dell’italiano (B1). La strutturazione del testo in unità didattico-tematiche quali: a) imprese e società, b) contratti e fatture, c) banche e investimenti, d) businesss plan e marketing, e) eCommerce e globalizzazione corrispondeva, per contenuti, alle materie comuni agli indirizzi16 previsti dal piano di studi della Facoltà.

Un altro problema, quale lingua veicolare ? Scegliere l’italiano avrebbe comportato un’eccessiva semplificazione di lessico e strutture, impensabile per un corso di microlingua, così si è deciso di svolgere le lezioni in serbo. Questa decisione ha comportato ulteriori interrogativi: come acquisire la terminologia specifica della microlingua economica serba ? Sarebbe stato sufficiente “tradurre” il libro di testo proposto agli studenti ? Sarebbe stato possibile trovare il lessico specifico su un comune dizionario bilingue ? Esistevano dizionari bilingue “economici” ? Quale dizionario consigliare agli studenti ? I dizionari, monolingui e bilingui, generici ed economici, si sono rivelati inadeguati sin dall’inizio. Oltre a mancare diversi termini fondamentali, non forniscono esempi di fraseologia. Inoltre, uno stesso termine va cercato su più dizionari, comportando uno sforzo inacettabile per gli studenti. Bisognava creare un elenco dei termini presenti nel libro di testo e tradurlo in serbo. Viene dunque creata una lista di termini con traduzione, per ogni unità del testo, da distribuire agli studenti durante il corso, all’inizio di ciascuna unità.

All’inizio del corso, è stato svolto un test d’ingresso per stabilire il livello medio iniziale, risultato non omogeneo: alcuni studenti erano vicini al livello B1, ma la maggioranza nettamente al disotto. Un altro problema, la conoscenza, da parte dell’insegnante, delle tematiche specifiche che il corso avrebbe toccato: il mondo dell’azienda e della banca, ma anche micro e macroeconomia, economia politica, diritto commerciale, finanza…. La didattica cooperativa rimaneva l’unico approccio possibile, ma gli studenti non sono ancora specialisti cui potersi affidare. Non restava altro che entrare nel loro mondo, diventare uno studente che studiava l’economia in una lingua straniera: il serbo. Anche l’insegnante doveva imparare la microlingua ! Come ? Leggendo i libri di testo sui cui studiano gli studenti e discutendone in classe. La liste di termini, arricchite e modificate secondo l’esperienza quotidiana e le discussioni in classe, sono state unificate e sono diventate un prezioso strumento di consultazione; alla fine del corso, avevamo realizzato un utile glossario di circa 400 termini. La verifica finale è stata svolta in modo tradizionale, orientata alle abilità di comprensione scritta (lettura e analisi delle strutture linguistiche), con la sola eccezione di una breve presentazione orale, in cui i candidati avrebbero dovuto parlare di sé e dei propri progetti professionali. Alla fine del corso, lessico di base e strutture parevano acquisiti, ma mancavano le mete glottodidattiche più importanti: quelle relative alla comunicazione.

All’inizio del secondo anno di sperimentazione, in seguito ad un cambiamento del corpo insegnante presso il Centro, è iniziato un processo di riorganizzazione generale della didattica della lingua italiana. E’ stata svolta un indagine statistica allo scopo di realizzare un’accurata analisi dei bisogni linguistici degli studenti.

Nell’anno 2007-2008 gli studenti iscritti al quarto anno presso il centro di Niš erano 110, al terzo, 80. Ad un campione17 di studenti degli ultimi due anni di corso è stato distribuito un questionario cartaceo contenente vari item.

E’ emersa subito una netta preponderanza numerica degli studenti di sesso femminile, più propense, pare, a frequentare le lezioni, rispetto ai colleghi. Le studentesse rappresentano, infatti, ben il 75% del campione esaminato.

 

Grafico n. 7 – Studenti per genere

 

E’ stato considerato rilevante conoscere le percentuali di studenti per indirizzo di studio. I tre indirizzi previsti dal piano didattico non sono, come si vede, parimenti rappresentati:

 

Grafico n. 8 – Studenti per indirizzo

 

Per l’item più importante, “Motivo dello studio della lingua italiana”, sono state offerte sei possibili risposte: a) ampliamento della cultura personale; b) comunicazione con parenti e/o amici; c) viaggio, soggiorno in Italia; d) comprensione di testi specialistici; e) possibilità di essere assunti presso una banca/azienda mista. E’ stata anche offerta la risposta aperta “altro”, ma nessuno degli studenti intervistati l’ha utilizzata. In questo caso, abbiamo scelto di disaggregare i dati per anno, per rilevare eventuali variazioni nell’orientamento degli studenti con l’avvicinarsi della fine degli studi.

 

 

Grafico n. 9 – Motivazioni al terzo anno

 

Grafico n. 10 – Occorrenze per opzione

Grafico n. 11 – Motivazioni al quarto anno

Grafico n. 12 – Occorrenze per opzione

 

Passando dal terzo al quarto anno, con l’avvicinarsi della fine degli studi e dell’entrata nel mondo del lavoro, ci aspettavamo un aumento dell’occorrenza della motivazione “e” (= possibilità di essere assunti presso un’azienda/banca mista) che, infatti, come motivazione unica, passa dal 10% al 14%, aumentando di 4 punti percentuali a scapito di “a” (=ampliamento della cultura personale) che dal 21% scende addirittura al 7%; aumenta leggermente la motivazione “d” (=comprensione di testi specialistici), che compare anche da sola.

Avvicinandosi la fine degli studi, la prospettiva di essere assunti in un’azienda/banca mista si fa più concreta, dunque aumentano le motivazioni di tipo strumentale.

L’indagine ha fornito preziose informazioni sugli scopi dell’apprendimento dell’italiano e sulle situazioni comunicative di possibile utilizzo della lingua:

 

  • Dove ? In banca / in azienda sia in Serbia che in Italia (viaggio d’affari, visita sede centrale etc.)

  • Con chi ? Clienti, fornitori, colleghi, superiori, impiegati, lavoratori, partner italiani….

  • Che cosa ? Comprensione e produzione di testi scritti e orali: fax, e-mail, conversazione telefonica, colloquio di lavoro, riunione, business plan, piano di marketing, contratto, presentazione dell’azienda, dello stabilimento……

  • Come ? Elementi pragmatici, culturali relativi al mondo degli affari

 

Alla luce di quanto emerso dall’indagine, il libro di testo adottato “Italiano per economisti” si è rivelato adeguato per un primo approccio alla microlingua economica, ma non sufficiente. E’ emersa la necessità di passare dalla comprensione alla produzione e di diversificare i materiali didattici con l’aggiunta di supporti multimediali. E’emersa anche l’insufficienza degli elementi di cultura “degli affari” e degli aspetti pragmatici della comunicazione.

Verso la fine del corso, 6 ore sono state utilizzate per la sperimentazione del Corso multimediale interattivo “L’Italiano in affari”, edito dalla nota rivista economica “Il sole 24 ore”, in collaborazione con la società “Dante Alighieri”.

Alla fine del secondo anno anno di sperimentazione, la lista è cresciuta fino a 700 termini ed è diventata parte integrante del programma, rivelandosi particolarmente utile per gli studenti non- frequentanti.

 

7. PIANO PER IL TERZO ANNO DI SPERIMENTAZIONE

 

Il piano per il terzo anno di sperimentazione dell’insegnamento dell’italiano “per affari” nel Centro di Niš, si inserisce in un progetto più ampio di riorganizzazione globale dell’insegnamento dell’italiano presso questo Centro e comprende i seguenti punti:

 

  • Sostituzione del libro di testo per primo, secondo e terzo anno;

  • Introduzione sperimentale di un sillabo lessicale di microlingua economica già a partire dal primo anno, in modo graduale e coerente con le unità didattiche previste nel libro di testo;

  • Aggiornamento della lista;

  • Ridefinizione del curricolo di microlingua economica.

 

Riguardo l’ultimo punto, si intende presentare una proposta che prevede la formazione di un unico gruppo di studenti e la strutturazione delle 60 ore totali previste in due moduli di trenta ore ciascuno, come segue:

 

    1. Modulo 1 – Introduzione alla microlingua economica (finalizzato all’acquisizione della terminologia economica di base (i circa 700 termini della lista) e rafforzamento delle strutture morfosintattiche tipiche della microlingua (forma passiva, uso del congiuntivo, nominalizzazioni, verbi irregolari di largo uso nella microlingua, nomi maschili in –a etc. Cenni di cultura “degli affari”.

    2. Modulo 2 – Comunicare in microlingua. Uso creativo della parte di microlingua acquisita; produzione di testi orali e scritti finalizzati alla risoluzione dei problemi nell’ambito delle sequenze comunicative previste all’interno di determinati percorsi-situazioni (trovare lavoro, comunicare in azienda, comunicare con altre aziende, presentare l’azienda, promuovere il prodotto)

 

Per quanto riguarda la valutazione, per il primo modulo rimarrebbe quella tradizionale, mirata a verificare l’acquisizione di lessico e strutture, mentre per il secondo modulo, si potrebbero proporre interazioni simulate (in coppia o in gruppo), presentazioni multimediali dell’azienda, del piano di marketing, del prodotto etc.

 

8. CONCLUSIONI PROVVISORIE

 

La globalizzazione ha indotto e continua a indurre nuovi bisogni linguistici: la necessità di acquisire altre lingue straniere, oltre all’inglese, e la necessità di acquisire le microlingue, cioè i linguaggi specialistici delle lingue straniere.

La centralità dello studente nel processo di apprendimento è, per la glottododattica microlinguistica, di importanza cruciale. Indagare i bisogni dell’apprendente e strutturare il curricolo sulla base di essi, produrrà tanti programmi quante sono le microlingua, praticamente, infiniti. Si tratta di stabilire caso per caso, facoltà per facoltà, indirizzo per indirizzo come rispondere ai bisogni rilevati, quali materiali proporre, quali metodi integrare, come verificare e valutare.

Insegnare i linguaggi specialistici implica anche, da parte dell’insegnante, ripensare il proprio ruolo, orientarsi verso la didattica cooperativa, diventare una guida, un facilitatore dei processi di apprendimento: scendere dalla cattedra e diventare uno studente che comunica le proprie esperienze a colleghi più giovani. Insuccessi, fraintendimenti ed errori compresi.

Pomozi Bože…18

 

 

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Velički, D., Nova višejezičnost i učenje stranih jezika kao dio jezične politike, “Metodički Ogledi”, 14 (2007) 1, 93–103 in: http://hrcak.srce.hr/file/24885

 

Vučo, J. 2003, Ogledi iz lingvistike, Univerzitet Crne Gore, Podgorica

 

 

 

 

1 L’espressione “nuovo ordine mondiale”, sebbene frequentemente usata da personalità assolutamente insospettabili quali George Bush Senjor e Papa Ratzinger (cfr.,http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/01_Gennaio/06/papa.shtml http://millercenter.org/scripps/digitalarchive/speeches/spe_1990_0911_bush), ricorda pur sempre le”teorie del complotto”, per questo motivo qui si preferisce parlare di “sistema”, piuttosto che di “ordine”

3 Fabbri:2008

4 Velički:2007

5 La traduzione è mia

7 Cfr., supra, nota precedente

8 Elaborazioni dell’Istituto per il Commercio Estero su dati Ente per la Statistica della Serbia in: http://www.ice.gov.it/estero2/belgrado/

11 Con tale categoria si intende l’apprendimento dell’italiano come parte del processo formativo finalizzato a una futura professione.

12 Cfr., Vučo, ibidem

13 Per un elenco delle Università e Facoltà private riconosciute dal Ministero dell’istruzione serbo, vedi: http://www.mps.sr.gov.yu/code/navigate.php?Id=408

14 Indagini sono in corso, allo scopo di realizzare una mappatura dell’insegnamento dell’italiano nelle varie facoltà e dei programmi svolti.

15 Gli studenti iscritti agli “studi a distanza” pagano la metà deli iscritti agli studi tradizionali. Koliko para, toliko muzike….(spendi poco, godi poco....)

16 Gli indirizzi previsti sono: “Commercio”, “Scienze Bancarie”, “Contabilità e Revisione”

17 In verità esiguo, trattandosi unicamente degli studenti frequentanti (57). La stessa indagine è stata svolta presso un’altra università privata, su un campione di 91 studenti, durante una fase negoziale che avrebbe dovuto concludersi con l’introduzione dell’italiano “per affari”, poi non realizzatasi. I relativi dati mostrano un andamento compatibile coi risultati dell’indagine a “BK”.

18 Che Dio ce la mandi buona !

 

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