Giugno 2009  Supplemento alla rivista EL.LE - ISSN: 2280-6792
Direttore Responsabile: Paolo E. Balboni
Quando la scienza si traduce in arte: il Progetto Zensorium di Paolo Torresan e Miriam Mendoza

ABSTRACT

Roberto Ventura è uno scultore messicano, ideatore del progetto Zensorium, finalizzato all’insegnamento delle scienze attraverso l’arte. Il progetto è avviato da tre anni e coinvolge diversi pedagogisti e studiosi dell’Università di Colima: Norma Orozco, Mireya Abarca Cedeño, Juan Reyes Gómez, Miriam Mendoza, Lourdes Covarrubias, Minerva Ante, Sergio Fuentes. Il progetto rappresenta un ottimo esempio di didattica multirappresentazionale, una didattica cioè che si avvale di più codici per veicolare uno stesso contenuto disciplinare, in sintonia con la teoria di Gardner.

Qui di seguito, intervistato da Paolo Torresan, ci illustra la filosofia e le attività del progetto. Seguono i commenti di alcuni bambini, raccolti da Miriam Mendoza. Paolo Torresan ha curato la resa dei testi in italiano.

 

L’INTERVISTA A ROBERTO VENTURA

Gentilissimo Roberto ci può descrivere a grandi linee il progetto?

 

Zensorium si basa su un finanziamento elargito dall’Assessorato della Cultura dello Stato di Colima e ha il patrocinio della Facoltà di Scienze Fisico-Matematiche dell’Università di Colima.

L’idea base del progetto è di far assimilare concetti scientifici attraverso attività ludico-artistiche.

Il nostro team è composto da artisti, pedagogisti ed esperti di scienze esatte (fisica e matematica), quindi da alcuni studenti universitari di scienze dell’educazione.

Ci riuniamo una volta alla settimana, il sabato mattina e lavoriamo con una ventina di bambini delle elementari, per due ore.

 

Come introducete i bambini a un concetto scientifico?

 

Facciamo sperimentare ai bambini una sorta di rituale: l’ingresso attraverso una ‘porta d’ingresso’.

Nel laboratorio sul suono, questa porta è coincisa con un grande orecchio, che gli allievi dovevano attraversare ogni volta che si iniziava una sessione: durante il passaggio percepivano dei rumori, come se si fossero trovati all’interno del padiglione acustico.

Nel laboratorio sulla luce, la porta di ingresso era una piramide (fig. 1), costituita da un tetraedro: una sorta di porta del tempo, chiusa ai lati: i bambini entravano, il tetraedro veniva fatto girare, quindi uscivano all’aperto, con la percezione di accedere ad uno spazio nuovo. Si intendeva sollecitare così la loro immaginazione, la percezione di possibilità altre.

 

 

Fig. 1. La piramide

 

Attraversata la porta, potevano scorgere, raccolti in un angolo, gli strumenti che sarebbero stati usati durante l’attività. Abbiamo inteso far leva sulla curiosità dei bambini, richiamandoci ai riti delle tradizioni indigene, in particolare all’allestimento di uno spazio esclusivo per l’offerta.

 

Viene in mente il concetto di entry points, del pensiero di Gardner, tale per cui il docente dovrebbe allestire diversi punti di accesso ad un contenuto disciplinare, ispirati alle intelligenze. C’è la stessa idea in Zensorium?

 

Certo, anche se c’è da riconoscere che l’idea della ‘porta di accesso’ mi è giunta dalla tradizione indigena, come dicevo in precedenza.

Sono sempre rimasto affascinato dall’idea che hanno le comunità indigene di trasmettere la conoscenza attraverso un rituale, una cerimonia; leggendo Gardner, ho trovato un parallelo.

Ai bambini, è chiaro, queste premesse non sono date, si tratta di una prassi che assimilano rapidamente come parte dell’esperienza di apprendimento.

 

Una volta entrati nella sessione, i bambini sperimentano attività ludico-espressive per ogni fenomeno studiato? Ci può dare degli esempi?

 

Descrivo un’attività: il segreto della ragnatela, che realizzammo, al fine di far sperimentare agli allievi la rifrazione del suono. Costruii una struttura complessa con tubi in PVC. I bambini si disponevano alle estremità dei tubi: gli uni pronunciavano le parole che costituivano una frase, mentre i compagni si appuntavano le parole.

La domanda che ponemmo loro, al fine di farli riflettere sul fenomeno, fu: “Come è possibile che il suono, emesso da un vostro compagno, abbia potuto giungere a diversi ascoltatori, seguendo le direzioni dei tubi?”. Chiedemmo, infine, a ciascuno di rappresentare il fenomeno attraverso un disegno, secondo un modo del tutto personale.

 

 

 

 

 

Figg. 2-3. Una attività per la sperimentazione della rifrazione del suono: il segreto della regnatela

 

Più in generale, possiamo dire che, in ogni attività, il bambino procede per queste fasi: sperimentare sensazioni attraverso il movimento e l’osservazione; passare al livello della simbolizzazione (che può coinvolgere il disegno, la manipolazione di materiale plastico, la costruzione di strumenti musicali, la drammatizzazione, la stesura di un racconto; insomma, un’attività espressiva), quindi fare il punto dell’esperienza vissuta. In sintesi: esperienza ludica, simbolizzazione, riflessione metacognitiva.

 

La direzione va dall’esperienza alla riflessione, dal concreto all’astratto, se vogliamo, o perlomeno alla riflessione personalizzata.

 

Esatto, questo è il punto: arrivare a cogliere che ciascuno di noi percepisce in maniera individuale. La messa in comune delle esperienze dovrebbe portare gli studenti a percepire e rispettare le differenze.

 

Tornando alla multirappresentazionalità, c’è da dire che in Italia si sperimentano percorsi interessanti ma sono riservati all’ambito prescolare.

 

In Messico succede la stessa cosa; già ai primi anni di scuola un approccio del genere non è più praticato, mentre secondo me potrebbe essere realizzato anche all’università!

 

C’è come una credenza che l’astratto abbia una dignità superiore rispetto al concreto. Manipolare, fare, agire, sentire, paiono azioni legate al mondo dei più piccoli. Di conseguenzea, si percepiscono alcune facoltà, come la lingua e la logica, superiori ad altre.

 

Proprio così. Il nostro progetto vorrebbe permettere agli studenti di avere più canali aperti per confrontarsi con l’esperienza.

 

Mi viene in mente l’aneddoto de Einstein che elaborò la sua teoria matematica attraverso l’immaginazione, nella visione di cavalcare un raggio di luce.

 

Una immaginazione, mi viene da dire, radicata nella percezione della natura. Einstein aveva l’abitudine di camminare: le sue idee avevano una relazione con la fisicità.

Il nostro progetto vuole riportare l’apprendimento all’insieme di sistemi interagenti: pensiero, emozioni, sistema nervoso, sensazioni.

 

Ci può raccontare altre esperienze?

 

In un’altra sessione, dedicata al fenomeno dell’amplificazione, facemmo costruire ai bambini un cono per ‘catturare i suoni’. Il cono avrebbe dovuto valere come prolungamento dell’orecchio.

Camminando nel giardino, tra gli alberi, i bambini ‘ricercavano’ i suoni che potevano essere ‘catturati’ attraverso il cono. In un secondo momento, il cono sarebbe stato decorato al fine di rappresentare le emozioni/sensazioni provate nell’ascoltare suoni a cui, senza questo prolungamento, non si sarebbe fatto caso.

 

Com’è l’approccio dei bambini ai materiali che vengono forniti nelle attività espressive?

 

All’inizio manifestavano un certo timore, adesso molto meno: lavorano più disinvolti, c’è una maggiore familiarità, molti possono improvvisare.

L’idea non è comunque quella di insegnar loro una tecnica artistica specifica. Nel nostro progetto non diamo tanta importanza al prodotto finale, quanto al processo creativo, alle tappe percorse, dall’esperienza ludica iniziale fino alla riflessione conclusiva.

L’arte, diremmo, facilita questa visione d’insieme, ed è molto importante per il bambino avere un senso di completezza, incide sulla sua percezione di competenza. Al tempo stesso è anche vero che l’attenzione al processo costringe all’attesa, al persistere nell’obiettivo e quindi ad una certa autodisciplina.

 

Lavorate con bambini di diverse età, vero?

 

Sì, dai sei ai dodici anni.

Ciascuno, a seconda dell’età, assimila a suo modo una stessa esperienza; quello che ci piace è comunque che a tutti passi, per così dire, il processo in virtù del quale si forma un’idea.

 

Immagino vi siate costruiti una banca dati (registrazioni audio e video) relativa alle attività e alle riflessioni.

 

Certo, questo archivio ci permette, da un lato, di valutare come il bambino sviluppi una comprensione dei processi e, dall’altro, di monitorare il nostro progetto, affinando le proposte, vagliando l’impatto degli interventi, valutando i dettagli su cui è necessario lavorare con maggiore precisione.

Per dire, ora ci stiamo concentrando sul processo creativo e sulle esperienze che risultano più significative a un bambino rispetto ad un altro.

Oltretutto, nello sviluppare contenuti scientifici attraverso l’arte, cerchiamo di sottolineare sempre di più il contesto socioculturale attraverso il quale le conoscenze acquistano significatività. Nella fase della riflessione intendiamo rapportare i contenuti alla vita reale, suggerendo attività di problem solving, che possano coinvolgere anche i genitori.

 

É come se il bambino, oltre ad acquisire nuovo sapere, imparasse ad assegnargli un valore, giusto?

 

Infatti. In un contesto socioculturale, beninteso: il bambino non se ne sta in un angolo, isolato rispetto al mondo che lo circonda.

 

Le classi durano due ore ma il tempo di preparazione mi immagino sia molto maggiore.

 

Cominciamo a preparare una classe con due settimane di anticipo, in genere.

Io mi incarico di realizzare i materiali didattici ed è la fase che richiede più tempo. Per esempio, per costruire il disco metallico utile a studiare la vibrazione del suono, ho messo in atto tutta la mia abilità di artigiano e di scultore e mi ci è voluto molto tempo: per la scelta dei materiali, per il calcolo della distanza della lamina dal disco (distanza necessaria a provocare la vibrazione), e così per lo studio di molte altre variabili.

 

In che cosa consiste la fase finale di riflessione?

 

Si riferiscono le sensazioni; si condividono i sentimenti; si dice cosa è piaciuto e cosa no; si ripercorrono i passi compiuti; si esprimono dei paragoni.

A seguito dell’esperienza sulla vibrazione del suono, c’è chi ha detto, per esempio: Sento come se ci fosse del calore; altri hanno dichiarato: Sento come del solletico; altri ancora hanno elaborato similitudini complesse, per esempio tra la vibrazione del suono e l’eruzione di un vulcano.

Si tratta di testimonianze che permettono che i dati vengano appresi in maniera più stabile. Oltretutto, i bambini possono così sviluppare il loro linguaggio, arricchendo il lessico, articolando i giudizi.

 

Su quale tema state lavorando ora?

 

Stiamo trattando il tema degli insetti. Cerchiamo di integrare le conoscenze che i bambini hanno acquisito in riferimento alla luce e al suono, stimolando domande del tipo: Come immagini possa vedere l’insetto? Come sente i rumori? Come percepisce la vibrazione dei suoni?

I bambini sono coinvolti nella realizzazione di murales, e allo stesso tempo rivestono dei modelli in ferro, studiando la struttura fisica dell’insetto. L’idea è che l’apprendimento avvenga nell’atto stesso del fare, del portare a termine un compito.

 

 

 

 

 

Figg. 7-8. Modelli in ferro degli insetti

 

Ci sono delle situazioni di disagio all’interno del gruppo di lavoro?

 

No, direi di no. Tutti partecipano. O meglio, a volte si sono registrate situazioni di bimbi apatici, che esprimevano, con il loro disinteresse, i sintomi del disagio familiare. Abbiamo inteso gestire anche queste circostanze come parte del processo di apprendimento. Voglio dire, il bambino che non si sente a suo agio sa che incontra un ambiente che lo contiene, lo rassicura e lo rispetta per quello che è; questo basta, a volte, a sciogliere a poco a poco l’emozione.

 

La vostra esperienza, vista nel complesso, mi ricorda molto i musei per i bambini che ci sono negli Stati Uniti.

 

Certo, anche a noi piacerebbe allestire, attraverso i materiali che andiamo confezionando, una sorta di museo interattivo, che però vorremmo fosse parte di un processo educativo, non un’esperienza che si chiude in se stessa, priva di riflessione. La riflessione ha, in effetti, un ruolo importantissimo nel nostro progetto, tanto quanto l’effetto-sorpresa che c’è all’inizio.

 

 

 

Figg. 9-10. I murales

 

I nomi degli strumenti vengono assegnati da voi, o…

 

…dai bambini stessi, gran parte delle volte.

 

Mi viene anche da dire che il vostro progetto punta molto alla personalizzazione, intesa, non tanto come sviluppo dei talenti, quanto come promozione delle intelligenze personali, come valorizzazione della risonanza interiore che l’apprendimento comporta.

 

L’intero fenomeno dell’apprendimento è squisitamente personale; in realtà, molto di quello che facciamo e a cui diamo valore è personale: è legato alla nostra storia.

La mia stessa esperienza di promotore del progetto è radicata nella mia storia: mi sarebbe piaciuto che qualcuno mi avesse insegnato in un modo diverso; ora, offrendo una nuova maniera di apprendere ai bambini, è come se la stessi offrendo a me stesso.

 

 

 

 

INTERVISTE aI BAMBINI CHE HANNO PRESO PARTE AL PROGETTO “LA MANZANA DE NEWTON”

 

 

MARIANA (OTTO ANNI)

 

 

Come ti senti nel Laboratorio La Manzana de Newton?

Bene, mi piace, perché è come un secondo ripasso di quello che facciamo a scuola.

 

Per esempio, cosa hai fatto a scuola che poi hai rivisto nel Laboratorio?

Le vibrazioni, le onde sonore. Altre cose sono nuove, invece.

 

E che differenze ci sono tra come avete affrontato queste cose a scuola e come le affrontate nel Laboratorio della Manzana?

a scuola ne parliamo e basta, facciamo questionari e cose così, qui invece facciamo dei progetti, altre cose insomma.

 

Quali, per esempio?

Per esempio, quando abbiamo visto le vibrazioni: le abbiamo rappresentate. A scuola invece ne parliamo e basta.

 

E come le avete rappresentate?

Norma e Roberto hanno preso un disco e hanno prodotto delle onde sonore e poi le abbiamo riprodotte anche noi.

 

Quali sono le attività che ti sono piaciute di più?

Quando siamo andati in cerca di animali e quando abbiamo realizzato un acchiappa-suoni per ascoltare i suoni.

 

C’è stato qualcosa in particolare che ti ha fatto dire: “Wow, che bello, questo mi è piaciuto tanto e mi ha fatto sentire molto bene!”?

Quando ho visto la piramide fatta solo di fili: sono rimasta impressionata e mi sono chiesta come l’avessero potuta realizzare.

 

Qualcosa che, invece, non ti è piaciuto?

Certe volte non mi piace scrivere, alla fine.

 

Perché non ti piace?

Perché non mi ricordo più le cose, provo a scrivere ma il tempo passa in fretta.

 

C’è qualcosa che vuoi aggiungere alla fine, sul Laboratorio?

Che è molto divertente e impariamo cose nuove.

 

 

 

MARGARITA (11 ANNI)

 

 

Margarita, dimmi, perché ti piace venire al Laboratorio?

Perché è molto divertente e imparo tante cose.

 

Cos’è in particolare che ti fa sentire bene?

Le maestre sono molto gentili; si sta bene, i bambini si comportano bene.

 

Cosa ti piace di più?

I giochi. Disegnare, per esempio. Oppure recitare, come la volta in cui abbiamo fatto finta di essere animali.

 

Cos’hai imparato nel Laboratorio?

Le onde sonore. Gli insetti, che sono molto piccoli e si possono difendere.

 

E cos’è che ti ha colpito di più?

La gentilezza degli insegnanti.

 

Che differenza c’è tra quando impari a scuola e quando sei in questo Laboratorio?

Lì c’è un altro ambiente, i bambini sono più indisciplinati. Non è divertente; facciamo lavori di gruppo; le verifiche a volte sono molto difficili.

 

E cos’è, invece, che non ti è piaciuto del Laboratorio?

Mi piace tutto.

 

Ti piacerebbe fare qualcos’altro, oltre a quello che hai già fatto?

Giocare di più.

 

Cos’hai imparato?

Molte cose sulle onde sonore.

 

Vuoi dire qualcos’altro sul Laboratorio?

Sì, che non termini mai.

 

SOFÍA (9 ANNI)

 

 

 

Come ti è sembrato il Laboratorio?

Mi piace molto, mi diverto.

 

In che senso?

Disegniamo, stiamo assieme ad altri bambini e conosciamo nuovi amici.

 

Cosa ti è piaciuto di più del Laboratorio?

Disegnare. Abbiamo anche imparato molte cose sulle onde sonore. Anche sul microcosmo, guardando un film.

 

Che differenze noti tra la scuola e il Laboratorio?

Qui puoi vedere gli animali. Non è come a scuola, dove ti insegnano e basta. Qui puoi dipingere e fai molte più cose rispetto a quando sei a scuola.

 

Cos’è che non ti è piaciuto, invece, del Laboratorio?

Non c’è niente che non mi sia piaciuto. Mi è piaciuto tutto.

 

Ci sono altre attività che ti sono piaciute, oltre al disegno?

Raccontare le storie oppure passare attraverso la piramide.

 

Degli insegnanti del Laboratorio, cos’è che ti piace?

Che insegnano molto bene.

 

EDGAR (9 ANNI)

 

 

Cos’è che ti piace del Laboratorio della Manzana?

Disegnare e fare altre attività manuali, come quando abbiamo realizzato delle chitarre.

 

Che differenze noti tra la scuola e il Laboratorio?

Che nel Laboratorio impariamo e ci divertiamo, mentre a scuola impariamo ma ci divertiamo nella ricreazione.

 

Cioè in classe, a scuola, che fai?

Sto zitto.

 

Non parli?

Pochissimo.

 

Cos’è che non ti è piaciuto del Laboratorio?

Non mi piace disegnare su di me.

 

Ti piacerebbe far conoscere il Laboratorio ad altri bambini?

Ho già invitato mia cugina; guarda, è qui vicino a me.

 

Cos’è che hai imparato nel Laboratorio?

Molte cose: fare lavori manuali, disegnare, la disciplina. Mi piacerebbe continuare a partecipare.

ADRIANA FERNANDA (11 ANNI)

 

 

Che cos’è che ti è piaciuto del Laboratorio La Manzana de Newton?

Tutte le attività a cui abbiamo partecipato e il modo in cui sono state presentate. In particolare mi è piaciuto come abbiamo disegnato, giocato e cercato delle cose per realizzare uno strumento musicale.

 

Come ti senti quando sei nel Laboratorio?

Qualche volte felice, certe volte arrabbiata. A volte mi sento triste.

 

Quando sei felice, cosa succede intorno a te che ti fa sentire così?

Che agli altri piace il mio lavoro, che possiamo ritagliare, incollare e condividere tutti i nostri lavori con gli altri: compagni e insegnanti.

 

E quando ti senti arrabbiata, cosa succede intorno a te?

Che mi sento attaccata. Certe volte mi arrabbio quando fanno soffrire mio fratello; siccome lui è il più bravo, tutti si prendono sempre le sue cose.

 

E fai qualcosa per sentirti meglio e risolvere la situazione?

Cerco di calmarmi e di dare qualcosa a mio fratello perché si tranquillizzi.

 

Cos’hai imparato dal Laboratorio?

Le parti dell’orecchio, la luce, come si mescolano i colori, come si possono fare degli insetti con le figure geometriche e come si fabbricano strumenti musicali.

 

Che differenze noti tra la scuola e il Laboratorio?

A scuola devo scrivere tutto quello che mi dettano, qui no: qui ci spiegano le cose e poi ci mettiamo a fare le attività

 

Cosa ti piace degli insegnanti del Laboratorio?

Che mi chiedono sempre cose, che cercano di aiutarmi quando non capisco.

 

Come spiegheresti il Laboratorio ai tuoi amici che non lo conoscono?

Non lo so, ci sono molte cose che mi piacerebbe dire… che è un’esperienza… non so come poterla spiegare praticamente…

 

Come ti senti? Che emozione provi?

Felicità.

 

 

VALERIA (11 ANNI)

 

Perché ti piace venire alla Manzana de Newton?

Perché è divertente, per le attività che facciamo: disegniamo, coloriamo e fabbrichiamo insetti.

 

Che differenze noti tra la scuola e il Laboratorio?

A scuola ci sono solo libri, mentre qui ci sono molti materiali.

 

Cos’hai imparato?

Che il colore nero attira la luce, che ci sono diversi tipi di insetti, sia di giorno che di notte.

 

 

ALICIA (10 ANNI)

 

Com’è la tua esperienza alla Manzana de Newton?

E molto divertente.

 

Cos’è che ti piace di più?

Che facciamo cose divertenti, per esempio: coloriamo, facciamo un rally, una sfida tra squadre, discutiamo di molte cose.

 

E cos’è che non ti piace, invece?

La storia della mantide, della morte… o quando produciamo dei racconti.

 

E cos’è che hai imparato?

Alcune cose sulle onde sonore, sui colori, come quando abbiamo fatto l’esperimento della sfera bianca e nera, e ci siamo accorti che la parte bianca non si scaldava, dato che non assorbiva la luce ma la rifletteva.

 

Come ti senti nella Manzana de Newton?

Felice.

 

Che differenze noti tra la scuola e il Laboratorio?

Beh, lì passiamo il tempo imparando, ma è noioso: solo con i libri, senza giochi. Qui invece giochiamo ed è molto divertente.

 

Come ti senti con gli insegnanti e i tuoi compagni?

Contentissima: sono molto gentili con me, anche i miei compagni; è per questo che ho deciso di portare mio cugino.

 

C’è qualcosa in particolare che ti ha colpito?

Mi ha colpito che abbiamo fatto tante cose in così poco tempo.

 

Cosa ti piacerebbe dire ad altri bambini a riguardo della Manzana?

Che è molto divertente. Li inviterei qui, dato che qui uno impara senza annoiarsi.

 

Alicia, dimmi cosa significa per te ‘imparare’.

Divertirsi, essere contenti e ricordarsi le cose.

 

 

SABINA (4 ANNI)

 

 

 

Cos’è che ti piace della Manzana, Sabina? Cos’è che ti piace di quello che fai?

Mi piace colorare, vedere i lavori fatti dagli altri bambini.

 

Come ti senti?

Felice.

 

 

XIMENA (6 ANNI)

 

 

 

Cos’è che ti piace della Manzana?

Colorare e vedere i lavori degli altri.

 

Cos’è che hai imparato?

A colorare.

 

E più di tutto, più di tutto, cosa ti piace?

Mi piace tutto.

 

E cosa diresti ai tuoi amici?

Che è bello.  

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