Febbraio 2015  Supplemento alla rivista EL.LE - ISSN: 2280-6792
Direttore Responsabile: Paolo E. Balboni
Aldo Castellani, Racconti dai tempi di crisi. Manuale per un perfetto altrove di Caterina Menichelli

AUTORE: ALDO CASTELLANI

TITOLO: Racconti dai tempi di crisi. Manuale per un perfetto altrove

EDITORE: Amazon (www.amazon.it)                

ANNO: 2014

 

Crisi. Termine di riferimento, oggi. Minimo comun denominatore di vite frazionate. Usato, praticato, spiegato, alluso, lo fai uscire dalla porta ti rientra dalla finestra e si siede lì, accanto a te, fra il piatto della minestra e il telecomando. È la quadrettatura del quaderno su cui tracciamo maldestramente le linee curve dei nostri vissuti, il costante ammiccamento del politic(ante) di turno, il sospiro rassegnato della vecchietta alla Posta, il grido senza voce à la Munch del giovane con i sogni persi nello schermo di un tablet. Crisi non è più una semplice parola, è una Weltanschauung. Un variopinto caleidoscopio senza più il senso della meraviglia, che Aldo Castellani ha voluto sondare con sguardo diretto e scrittura asciutta. Seconda edizione di diciannove racconti, cinque in più della precedente versione cartacea, che l’autore affida stavolta all’edizione digitale (scaricabile dal sito internet www.amazon.it). Diciannove storie di oggi, in forma di racconto, in cui l’arte dello scrittore deve farsi davvero sublime perché è come voler racchiudere la vastità del mare, solcato da imponenti galeoni, entro gli angusti confini di una bottiglia. Ma Castellani dimostra polso sicuro nel rappresentare, anche con pochi tratti, le vite dei suoi protagonisti, questi antieroi del presente così lontani ma, a ben guardare, così simili alla fisionomia di ciascuno di noi. L’autore li allinea, in questa sua raccolta di racconti, come i soldati della Grande Guerra in marcia nella neve del Pasubio. Relitti umani. Nelle pupille vitree l’horror vacui del presente. E come quei soldati, anche in questo esercito di disillusi, i più deboli, gli sfiniti, sordi agli incitamenti dei capi, fanno il rituale passo laterale accasciandosi sui margini della via mentre il battaglione dei compagni si allontana, scomparendo nell’orizzonte lattiginoso del domani. Come non ritrovare qualcosa di noi nella protagonista di Bianco, la storia più metafisica del libro, che dopo aver condiviso con altri la terribile esperienza di un arto che letteralmente le si sfalda (una parte del corpo o l’io intero?), si perde in qualcosa di morbido e bianco, che potrebbe essere una nuvola quanto l’al di là? Difficile operare una scelta fra questi volti che si accavallano pagina dopo pagina come gli sconosciuti che ti urtano all’uscita dalla metropolitana all’ora di punta. Non ne conosci nessuno eppure nessuno sembra somigliarti di più. Come Pino, novello Diogene verrebbe da dire, e del suo cane Alex, filosofo anche lui, che ci costringono a riflettere su quelli che tanto pomposamente quanto inutilmente chiamiamo obiettivi. O la moglie di Pasquale, che ormai, come tanti, fa il jolly. E dovrebbe pure ringraziare, perché chi l’ha definita così le presenta la nuova posizione lavorativa quasi come un ruolo di prestigio, riservato solo a quelli con capacità superiori, i jolly appunto, che a carte moltiplicano i punti, svoltano la mano, decidono i vincitori. Ma la vita non è un gioco di carte, o forse sì.

E poi ci sono tutti gli altri, i sommersi (tanti) contro i salvati (pochi e sempre con gli stessi cognomi): le ucraine rubamariti che lavano e stirano in una lavanderia a conduzione familiare mentre il loro paese brucia, l’ennesimo operaio straniero che non conosciamo mai per nome ma per nazionalità, che lavora a nero ma rimane vittima, colmo dei colmi, della “morte bianca”. Come non affezionarsi a Franca e a Grazia e al loro furgoncino di olive ascolane, pochi metri quadri di sapore e felicità, quella di chi non si arrende né al pregiudizio, né alla crisi economica e nemmeno al destino, maledetto destino.

Castellani sostiene nel sottotitolo che i suoi racconti sono un manuale, quindi una sorta di guida, un libro che spiega come arrivare alla conquista del perfetto altrove. Ma quale altrove, verrebbe da chiedersi, perché sia chiaro che qui non ci sono scorciatoie, nemmeno quelle più facili della resa, del rimpianto e del rammarico. L’alterità, come dimostra questo libro, sta nelle pieghe. Il senso, nella scala dei grigi, in cui i grigi siamo noi, le persone, termine che la lingua italiana ha preso in prestito dagli Etruschi e che significa “maschera che risuona”. Siamo noi le maschere, le persone di questo libro, i grigi dicevamo, quelli che il precariato e la crisi hanno costretto a rivedere il concetto di onestà, di lavoro, di diritto e dovere, finanche quello di verità. Come se le istanze dell’ermeneutica, prima di oggi solo echi di accademie lontane, estranee ai più, avessero improvvisamente conquistato la ribalta delle nostre esistenze.

Castellani non assolve né condanna, semplicemente, novello Flaubert, registra, seziona, descrive. E il lettore con lui si lascia guidare in questa rinnovata selva oscura che, davvero, stavolta la dritta via era smarrita.

Un trito ritornello italiano recita che il nostro popolo dà il meglio di sé nell’ora suprema. Non so se sia vero, non ce n’è storiografia certa ed unanime. Qualche indizio nella storia di alcuni di noi, forse, questo sì. Ma cosa ci rimane, se non la speranza? Non certo la passiva attesa escatologico-evangelica del riscatto, si badi bene. Tra le righe del libro sembra scaturire l’idea che l’unico modo per sopravvivere alla crisi, quell’altrove evocato nel sottotitolo, non risiede affatto nella fuga, ma nel prendere di petto il presente, nel lasciarsi investire da quel fiume di vite anonime e sospese che apparterranno pure a personaggi di carta (pardon… di bit) ma nei quali ci riconosciamo di più e meglio di come potrebbe fare lo specchio del nostro bagno. La stoica resistenza del soldato nella neve, insomma, piegato ma non spezzato, e chissà che anche noi non si possa condividere il destino del Pinus pinaster che il rappresentante della Borghesia, nell’omonimo racconto, non ha, alla fine, il coraggio di far abbattere.

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