Febbraio 2015  Supplemento alla rivista EL.LE - ISSN: 2280-6792
Direttore Responsabile: Paolo E. Balboni
L. M. Bombér, Feriti dentro. Strumenti a sostegno dei bambini con difficoltà di attaccamento a scuola di Paolo Torresan

AUTRICE: L. M. BOMBÉR

TITOLO: Feriti dentro. Strumenti a sostegno dei bambini con difficoltà di attaccamento a scuola

CITTÀ: Milano    

EDITORE: FrancoAngeli  

ANNO: 2012

 

Il volume oggetto di recensione è apparso per la prima volta in inglese presso la casa editrice Worthpublishing, casa specializzata in questioni di psicopedagogia (tra i suoi titoli il bellissimo Teaching the Unteachable di Marie Dalaney).

L’editore FrancoAngeli ha deciso, cinque anni poco, di presentare ai lettori italiani la versione tradotta.

Il tema: bambini che presentano difficoltà di adattamento e apprendimento a causa di stili di attaccamento inefficaci, o in taluni casi dai risvolti distruttivi.

Lo stile di attaccamento (termine coniato da Geddes nel 2006) potremmo pensarlo come il corrispettivo, su piano emotivo, dello stile cognitivo/di apprendimento.

Come nel caso di quello, ciascuno di noi presenta una modalità relazionale sensibile a fattori individuali, in gran parte legati al rapporto avuto con le figure di riferimento della primissima infanzia.

Se il genitore, o la persona di cura in generale, ha avuto un profilo sufficientemente rassicurante, il bimbo dimostra uno stile di attaccamento sicuro, e tale lo manterrà nel decorrere degli anni. Sarà capace di autonomia, di intimità, di resilienza di fronte alle difficoltà, di fiducia e apertura, di mantenere amicizie a lungo termine, di autoregolarsi (30).

Il contatto con una figura di riferimento problematica (es. affetta da dipendenze o da problemi psichiatrici), lo può portare, invece, a ritrarsi in un proprio guscio, mantenendo il rapporto distaccato con gli sta intorno. È lo stile di attaccamento evitante.

Scrive l’A. (38; il corsivo è nostro):

 

“il comportamento evitante è di solito il risultato di un adattamento alla relazione con un caregiver depresso o minaccioso. Il caregiver potrebbe essere infastidito, irritato o agitato in relazione al bambino e potrebbe aver dato la precedenza ai suoi bisogni [ie. del caregiver, ndt.]. I bambini che hanno fatto questo tipo di esperienza possono essere chiusi o distaccati emotivamente, e qualcuno perso nei suoi pensieri o dissociato. Si possono presentare come molto auto-sufficienti, può essere difficile raggiungerli emotivamente. Come risultato possono essere trascurati o, al peggio, “dimenticati” in molti contesti. Qualche volta l’insegnante può sentire che, quando deve concentrarsi per entrare in sintonia con quel particolare bambino, gli capita con grande facilità di essere distratto da altri pensieri, anche se si tratta di un insegnante preparato ed esperto”.

 

Il bambino dal comportamento evitante tende a concentrarsi sul compito, a fare tutto da solo, a perdersi nei dettagli, senza avere la visione d’insieme. Punta sulle cose da fare, avendo difficoltà a gestire la relazione. Bambini evitanti hanno sperimentato una mancanza di controllo nella relazione con gli altri; pertanto concentrarsi su qualcosa di concreto e di circoscritto permette di evitare l’insorgere di sensazioni di disagio. Sono bambini che (40) “hanno dovuto fidarsi solo di loro stessi, e continuano a mantenere questo pattern. Poiché non intraprendono relazioni intime, possono sperimentare isolamento e profonda tristezza”.

Un altro stile insicuro è l’ambivalente. L’esatto contrario dell’evitante: il bambino si aggrappa alla figura di riferimento. Se in risposta al suo bisogno di contatto costante, questi pare dia un cenno di attenzione ad altri più che a lui, il bambino si sente smarrito e tradito, può scatenare una serie di reazioni volte a ingenerare nell’altro sensi di colpa. Alla radice vi è la dolorosa esperienza di una cura intermittente (41): “problemi di salute mentale o violenza domestica possono aver dato luogo a una situazione in cui il caregiver era a volte emotivamente e fisicamente disponibile, ed altre volte non lo era”. Infatti “molti di questi bambini non hanno avuto esperienza di essere «tenuti nella mente» o di essere considerati da un’altra persona, il che è fondamentale per i bisogni di sviluppo”.

Più tragico nelle conseguenze è lo stile disorganizzato. Il bambino è un vulcano: le sue reazioni sono imprevedibili, ora aggressive, ora ansiose, ora docili. Di conseguenza, la gestione del rapporto con bambini dallo stile disorganizzato è un’autentica sfida anche per l’educatore più capace.

I bambini dallo stile insicuro, in generale, sono, dice l’A., dei sopravvissuti. Pensare di far leva sulla sola dimensione cognitiva per renderli partecipi della vita di classe non funziona. I comportamenti del bambino maltrattato più che essere regolati dalla funzione esecutiva sono dominati dalla logica dell’attacco e della fuga, reazioni primordiali che si collegano al tronco encefalico. Si tratta, da parte dell’insegnante, di adottare una serie di strategie educative volte a potenziare l’autostima del piccolo; ripotenziando le funzioni esecutive, molto spesso tenute in standby nella esperienza del bimbo (gli alti livelli di cortisolo, cagionati da stress, hanno un impatto negativo su memoria, ragionamento, e sul sistema di difesa immunitario).

Nella relazione di cura verso questi bambini, il docente deve creare un ponte con la realtà; è tenuto ad assorbire il transfer e il controtransfer (reazioni automatiche che il docente stesso avverte, per lo più inconsce, e che lo “agganciano” al gioco che il bambino imposta).

È grazie a questo ponte che si può (ri)tessere la trama del riconoscimento, cosi drammaticamente spezzata.

 

Il testo è un volume preziosissimo per ogni educatore. Come insegnanti di lingua siamo in grado di procedere a una mappatura più raffinata di un termine, “filtro affettivo” (Krashen), che rimane spesso avvolto da un alone di mistero e di indeterminatezza. 

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