Febbraio 2007  Supplemento alla rivista EL.LE - ISSN: 2280-6792
Direttore Responsabile: Paolo E. Balboni
Mario Polito Educare il cuore. L’intelligenza emotiva degli adolescenti a scuola di Paolo Torresan

AUTORE: Mario Polito
TITOLO: Educare il cuore. L’intelligenza emotiva degli adolescenti a scuola
CITTÀ: Bari
EDITORE: La Meridiana
ANNO: 2005
PAGINE: 99

 

Ha uno sguardo attento, un piglio deciso, una scrittura rapida, Polito. Al seguirlo, il lettore viene introdotto in un’aula delle medie o di liceo, s’installa sul trespolo, invisibile, e osserva le dinamiche tra gli attori coinvolti nella relazione educativa: insegnanti, alunni, e anche genitori.
Le emozioni, questo oggetto oscuro della psicologia tradizionale, sono oggetto di un’analisi particolareggiata. “C’è una priorità emotiva sulla dimensione cognitiva”, sottolinea Polito. “L’intelligenza funziona a livello raffinato, se il cuore è aperto al desiderio di conoscenza. Le chiavi dell’intelligenza sono nel cuore. Le radici di un’intelligenza elevata sono da ricercare nell’entusiasmo, nelle emozioni, nelle motivazioni” (70).
Ma le emozioni non sono un regno pacifico, l’entusiasmo è la risultante di molte variabili e la motivazione è fluttuante. Un insegnante capace, quindi, oltre ad avere conoscenze disciplinari (la materia che insegna) e pedagogiche (una maniera di insegnare che presta attenzione allo sviluppo cognitivo degli studenti), dovrebbe avere competenze personali. Compito dell’insegnante -dato il ruolo di educatore- è anche quello di affrontare, cioè, con lo studente, questioni di tipo emotivo: la capacità di recuperare risorse a fronte dell’insuccesso, la capacità di automotivarsi, il dominio dell’ansia, le capacità, più in generale, di gestire con flessibilità e giudizio il proprio modo di sentire, pensare, imparare, decidere.
“Il pensiero non è staccato dalle valutazioni emotive, ma anche le considerazioni emotive possono avere valore conoscitivo e sono importanti soprattutto nel processo di decisione. Ci orientiamo verso una decisione non soltanto valutando i dati disponibili, ma anche le risorse emotive che essi suscitano. Quando dobbiamo fare delle scelte, i puri dati conoscitivi non sono sufficienti; sono necessari anche quelli emotivi, perché rappresentano i nostri criteri di valutazioni, di gerarchia, di priorità” (72).
Quello che forse dovrebbe essere sottolineato nella pratica educativa nella scuola d’oggi è la capacità di autoregolare le emozioni. “Karl Krauss osserva che le persone si prendono cura di pettinare i capelli, ma non di pettinare i pensieri. Molti di noi non hanno soltanto pensieri spettinati, ma anche emozioni disordinate e arruffate” (42). Ma per ordinare devo prima nominare. “Le emozioni creano turbolenza solo quando le persone non le conoscono, non le sanno nominare, descrivere, analizzare, orientare e focalizzare” (72). E per nominare, devo prima osservare, e formulare un giudizio libero da condizionamenti esterni che non permettono né di capire né di stare bene.
Insomma, l’insegnante deve essere un po’ psicologo?
Con Polito diciamo di sì, o perlomeno ammettiamo che deve avere capacità personali analoghe a quelle di un terapeuta, proprio per virtù della sua azione formativa.
Del resto, non è forse vero che “i ragazzi, quando vedono un insegnante che non sa usare la fermezza, cominciano a deviare, oltrepassano i confini della buona educazione, si comportano in modo incivile” (39)? Non è forse vero che in certe circostanze, alcuni studenti si sentono legittimati al disprezzo, magari proprio nei confronti degli insegnanti più “disponibili”? Non è forse vero che la demotivazione degli studenti incide sulla stessa voglia dell’insegnante di entrare in classe e insegnare?
Il discorso si fa complesso, si ingarbuglia. Il libro di Polito cerca una risposta. Si interroga su quali possano essere i bandoli della matassa.

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