Settembre 2008  Supplemento alla rivista EL.LE - ISSN: 2280-6792
Direttore Responsabile: Paolo E. Balboni
Studenti serbofoni e croatofoni: lingue 'gemelle' e diversi fenomeni di transfer nell'apprendimento dell'italiano LS di Lorenzo Guglielmi

ABSTRACT

Con la fine del diasistema linguistico “serbo-croato”, nell’area ex jugoslava si stanno in qualche modo ridefinendo nuovi standard nazionali esclusivi (croato, serbo, bosniaco e, in tempi recenti, montenegrino). Tuttavia, la semplice descrizione della lingua madre dello studente di nazionalità serba o croata, per i motivi che verranno illustrati, è in realtà un lavoro molto più complesso di quanto si creda, in quanto sfugge facilmente ai nuovi canoni.
Questo articolo prende in analisi alcune caratteristiche del sistema verbale della lingua madre dello studente serbo e le possibili conseguenze in termini di transfer da L1 nell’apprendimento dell’italiano LS. La varietà dei diversi retroterra linguistici molto spesso emerge proprio nel momento in cui L1 entra in contatto con la LS.
Durante la mia esperienza di insegnamento in Serbia - e di parallelo studio della lingua serba (e croata) dettato dal desiderio personale di integrarmi nel Paese - ho avuto modo di notare come alcune piccole differenze regionali nella lingua madre negli studenti di nazionalità serba, a seconda dell’area di provenienza nello spazio ex-jugoslavo, possano generare alcune diversificazioni a livello di transfer.

 

1. LA LINGUA DELLO STUDENTE: LINGUA SERBA, CROATA … (?)

Questo paragrafo di introduzione alle caratteristiche della L1 dello studente di italiano LS ha un titolo volutamente interlocutorio (Fici, 2001: 203).

Scusi, professore, lei sa quante lingua materni parla Serbia?” mi domandò uno studente serbo nella sua “interlingua”, con una combinazione di singolari e plurali che accidentalmente sollevava un problema.

L’argomento-dilemma della/e lingua/e, infatti, merita di esser approfondito con qualche pagina in più. La Serbia, infatti, oggi si presenta come un mosaico linguistico unico in Europa.

Nel nord del Paese, il Danubio divide i rilievi balcanici dalle pianure pannoniche della Vojvodina, che nei suoi 21.000 kmq di superficie (meno dell’Emilia-Romagna) abbraccia ben 12 lingue nazionali (Tirova, 2006)1. Nel sud sono invece presenti significative minoranze rom, bulgare, macedoni, albanesi e turche.

La Jugoslavia però, nel frattempo, è sparita trascinandosi dietro anche la lingua serbo-croata o croato-serba, a partire dalla quale si sono create tre lingue statali separate, il serbo, il croato e il bosniaco2, mentre una quarta, il montenegrino, è in fase di gestazione. Tra gli scettici ex cittadini jugoslavi gira il motto ironico e amaro, più o meno traducibile così: “ora ho un passaporto che vale poco o niente ma in compenso sono molto più poliglotta di prima”. Questo fa pensare che a volte le eccessive somiglianze generino un bisogno insopprimibile di distinzione.

Parafrasando il mio studente serbo, mi chiedo. “E di lingue serba ora quante ce n’è?”

 

I flussi migratori provocati dalle guerre jugoslave, polarizzati verso la Serbia e verso la Croazia, hanno generato nuove percezioni collettive della “diversità linguistica” impensabili fino a un paio di decenni fa. Quelle che un tempo erano ufficialmente “varianti linguistiche” nazionali e regionali di un sostrato comune ora subiscono la pressione dei nuovi standard nazionali, che tuttavia risultano essere ancora instabili.

Descrivere e classificare la L1 dello studente di nazionalità serba in Serbia, per questa serie di motivi, non è un’operazione così scontata come potrebbe sembrare a un primo sguardo.

Se guardiamo ai drammatici mutamenti geopolitici e alle conseguenze (geo)linguistiche nell’area dei Balcani occidentali, sono bastati pochi anni di eventi bellici a determinare la scomparsa del diasistema linguistico serbo-croato (o croato-serbo), durato quasi un secolo e mezzo. Costruita a partire dall’ottocento per opera dei filologi serbi e croati, questa particolare lingua aveva retto a turbolenze, guerre interetniche, invasioni, tentativi di assimilazione e mutamenti di confini statuali, riuscendo sempre a trovare una ragion d’essere nello spazio multiconfessionale jugoslavo3.

Il serbo, insieme con il croato, il bosniaco (e prossimamente con il montenegrino), deriva dalla parlata štokava, a sua volta compresa in una stessa comune area dialettale slavo-meridionale, assieme al čakavo e al kajkavo4 - idiomi tuttora vivi ma non riconosciuti come standard dalla Repubblica di Croazia (la tav.2 in appendice illustra la mappa delle parlate nella regione).

Caratteristica fondamentale dello štokavo sono le due pronunce diverse dell’antica vocale slava (v. tab 1) “jat” : come e nell’ekavo o come je o ije nello ijekavo. Questo genera alcune piccole variazioni perfettamente riconoscibili a livello di formazione delle parole: dete>dijete (bambino) / deca>djeca . Davanti a certe vocali o consonanti palatali questo je si trasforma in i (deo > dio; grejati> gridati) o può causare un’alterazione della consonante precedente (koleno> koljeno; negovati> njegovati).

Un’altra differenza importante all’interno dello štokavo consiste negli aspetti sintattici sull’uso del verbo all’infinito o della parafrasi con il “da”, i quali generano quelle che fino a non molto tempo fa venivano chiamate le due varianti: l’occidentale (zapadna varijanta) ijekava per la Croazia parte della Bosnia-Erzegovina e l’orientale (istočna varijanta) ekava-ijekava per la Serbia, parte della Bosnia-Erzegovina e il Montenegro.

La maggioranza dei serbi parla štokavo-ekavo, mentre l’ijekavo si sente all’estremo sud-est della Serbia, nel Montenegro e nella Bosnia-Erzegovina. Sebbene oggi nella variante ekava si riconosca un numero maggiore di parlanti, molti classici della letteratura serba come quelli di Vuk Karadžić e Ivo Andrić sono stati scritti in ijekavo.

 

La denominazione serbo-croato, ormai caduta in disuso, nacque dalla volontà del movimento romantico illirico di riunire sotto un’unica lingua le popolazione slave suddite di due imperi, quello ottomano e quello austroungarico, ormai al crepuscolo.

Nel 1850, con l’Accordo di Vienna (Književni Odgovor), i due maggiori studiosi della lingua croata e della lingua serba, il croato Ljudevit Gaj e il serbo Vuk Karadžić stabilirono una lingua letteraria unitaria per le popolazioni slavo meridionali (oggi nazioni indipendenti) serba, croata, bosniaca e montenegrina.

Lo štokavo dell’area ragusea (Dubrovnik) - erzegovese si era rivelato il “dialetto mediano” ideale e maggiormente diffuso su scala territoriale, il che avrebbe favorito una migliore intercomprensione tra popolazioni divise da imperi e fedi religiose5.

La scelta non fu certo casuale. Lo štokavo poteva vantare una produzione letteraria (che il čakavo stava invece perdendo) proprio nell’area di Dubrovnik, prosperosa e indipendente repubblica marinara, multi-confessionale e - cosa non di secondaria importanza- percepita dai croati come territorio legato alla loro nascente cultura nazionale. Attraverso successivi accordi si giunse al perfezionamento di uno standard “diasistemico”, con due pronunce e due alfabeti riconosciuti in perfetto rapporto di reciprocità fonetico-grafemica, accanto ad alcune differenze morfosintattiche e lessicali, che negli ultimi anni sono andate rinforzandosi per effetto delle spinte indipendentiste e delle nuove politiche linguistiche ad esse associate6.

Le differenze tra croato e serbo, sebbene svilite o esaltate fino al parossismo, non sono mai state un ostacolo comunicativo. Al contempo, l’enfasi sulla realtà di questo comune sostrato linguistico, di fondamento agli ideali del panslavismo risorgimentale e dal 1945 al 1991 all’ideologia socialista di “unità e fratellanza”, è comunque andata di pari passo con l’istituzione e lo sviluppo di due distinte società linguistico-letterarie nazionali, la Matica Srpska (Ape Regina serba, Novi Sad) nel 1824 e la Matica Hrvatska (Ape Regina croata, Zagabria) nel 1842, in largo anticipo sul “secolo breve” e quindi, verrebbe da dire, in tempi non sospetti7.

Se guardiamo ai delicati rapporti tra politica, lingua e identità etnonazionale, ci troviamo di fronte a un esempio tipico di come dottrine politiche di segno opposto, a distanza di quasi un secolo e mezzo, possano influire sull’evoluzione degli standard linguistici.

Il riassestamento nella standardizzazione del serbo e del croato e la creazione “ex novo” del bosniaco e del montenegrino sono fenomeni funzionali e, in ultima istanza, imprescindibili per completare una transizione verso nuove forme di stati nazionali, ma continuano giocoforza a riferirsi a una stessa comune matrice linguistica.

Tuttavia, quando si affacciano sulla storia i nazionalismi con le ragioni di stato sembra più che mai difficile far valere il motto “diamo a Cesare quel che è di Cesare e al filologo quel che è del filologo”!

Oggi, anche la slavistica generale sembra essersi adattata alla scomparsa del serbo-croato, riconoscendo solamente una lingua croata, una serba e una bosniaca e, presto, una montenegrina.

Allo stato attuale dell’evoluzione linguistica, prima di negare validità a una lingua e l’esistenza della sua originaria denominazione, credo sia più saggio tener conto di un giudizio come quello del filologo Ivan Klajn: “le differenze tra il serbo, il croato e il bosniaco sono ben poche (comparabili, ad esempio con quelle tra l’inglese britannico e quello americano8), e la comprensione reciproca è quasi totale, sicché dal punto di vista strettamente linguistico – a differenza di quello sociale o politico – essi possono essere ancora considerati varianti di una stessa lingua (Klajn, 2007:11)” - lo štokavo appunto.

Senza alcuna pretesa di essere esaustivo né di avere tanto meno la verità in mano, in questa indagine mi limito ad un utilizzo storico del termine serbo-croato, con esclusivo riferimento al passato e per rispetto i nuovi assetti politici e culturali. Nonostante tutto, ritengo sia giusto sottolineare l’attuale “cortocircuito” tra un livello socio-politico e uno socio-linguistico, spesso riconoscibile anche nelle biografie dei singoli individui.

In questo momento, tuttavia, anche la lingua serba è in attesa di ridefinire un proprio standard (Filipović, 2007).

Oltre alla peculiare compresenza di due alfabeti – i serbi sono l’unico popolo slavo-ortodosso a usare sia il cirillico che il latino - il serbo contemporaneo presenta una ricca gamma di variazioni sull’asse diatopico ekavo-ijekavo/orientale-occidentale, secondo un continuum che potrebbe trovare una migliore definizione, più pratica e sintetica, nella vecchia categoria serbo-croato/croato-serbo.

Lo studente serbo, soggetto di questa indagine, viene considerato come “serbo di lingua serba” o “serbo (di nazionalità) di area croatofona” per rimarcarne alcune caratteristiche del retroterra linguistico9, a seconda del rapporto tra zona di provenienza e L1.

Dal momento che questa indagine10 è stata condotta in Serbia, la L1 presa in esame è prevalentemente il serbo ekavo-orientale.

Con la formula “serbo (e croato)”, tuttavia, mi riferisco a quei fenomeni di transfer che suppongo possano interessare (e con attendibilità11) anche gli studenti di nazionalità croata (per es. problemi legati alla costruzione del passato prossimo e alla combinazione di passato prossimo e imperfetto) o, in certi casi particolari, o “serbo” o “croato” (con riferimento a serbi con background “croatofono”) per fenomeni di transfer da L1 su LS che prendono forme diverse a partire dalle differenze tra queste due lingue madri (v. par. 3, tab.4) .

 

 

2. CARATTERISTICHE GENERALI DELLA L1

 

Tenendo conto delle considerazioni precedenti, ho scelto di illustrare e prendere in esame in modo quasi esclusivo la lingua serba nella ex cosiddetta variante ekava-orientale12, essendo il modello effettivamente operativo e dominante nel mio contesto di ricerca.

Ne elenco di seguito in modo sintetico le caratteristiche, sottolineandone in seguito i punti di contatto e divergenze con il croato, con particolare interesse ai fenomeni di transfer da L1 a LS.

Per quanto riguarda invece gli alfabeti e alcune caratteristiche fonologiche rimandiamo alla tavola I.

 

2.1. UN CONFRONTO GENERALE L1/LS

 


L1 serbo (e croato)

LS italiano

Sintagma nominale > proprietà grammaticali > numero (singolare/plurale); genere (maschile, femminile, neutro);

casi (nominativo, genitivo, dativo, accusativo, strumentale, locativo, vocativo); animatezza (genitivo=accusativo per esseri animati di genere maschile);

determinatezza (solo per l’aggettivo)

Sintagma nominale > proprietà grammaticali >

numero (singolare/plurale); genere (maschile, femminile, no neutro);

 

Il concetto di animatezza non si esprime morfologicamente, resta implicito a livello semantico.

 

Desinenze del sostantivo: 7 casi. Nomi maschili in consonante dura animati/inanimati (grad/muž); neutri in –o (selo) e in –e (srce); femminili in –a (žena) e consonante molle (kost). Presenza di nomi maschili riferiti a esseri umani in –o (dečko), -e (Pavle), -a (sluga).

 

Assenza dell’articolo – Le preposizioni e le indicazioni di tempo e luogo si combinano con la declinazione dei nomi: es. u; na più caso locativo = stato in luogo / u; na + caso accusativo = moto a luogo

 

Maschili in – o - i /Femminili in - a -e

Nomi in –e –i (m./f.), invariabili in –tà, maschili in –a; etc. No casi.

 

 

 

 

Preposizioni articolate, preposizioni e indicazioni di luogo e di tempo si combinano con gli articoli e i nomi non declinati

 

 

Aggettivi: 7 casi con desinenze in parte diverse da quelle dei sostantivi. Al nominativo può esprimere la determinatezza in forma c.d. lunga (dobri čovek= il buon uomo; mentre in forma c.d. breve esprime indeterminatezza (dobar čovek= un buon uomo). Comparativi e superlativi si formano, rispettivamente, con l’aggiunta del suffisso –iji (o con i+palatalizzazione della consonante) e del prefisso naj + suffisso iji.

Aggettivi in – o maschili; -a femminili; -e m./f.

 

L’articolo informa sulla determinatezza/indeterminatezza

 

Pronomi personali e riflessivi (di forma lunga e breve); interrogativi; indeterminati, indefiniti negativi, diretti e indiretti.

I pronomi non influenzano in alcun modo la morfologia del verbo.

Restano sempre separati.

 

I pronomi non si combinano tra di loro

Enclitica “se” riflessivo unica per tutte le persone

 

Pronomi riflessivi possessivi svoj, svoja, svoje declinati al s./p. e m./f./n.

 

 

I pronomi possono influenzare direttamente la morfologia del verbo, combinandosi con imperativo e nell’infinito in posizione posposta.

Il participio concorda con i pronomi diretti lo, la, li, le e con l’oggetto indicato dal pronome atono ne.

 

Pronomi combinati

 

Particelle riflessive mi, ti si , ci ,vi , si variabili su quattro persone.

 

Proprio-a/propri- e (vedi transfer p.29)

 

 

Numerali: 1 jedan (m.), jedna (femminile), jedno (n.) si declina. 2, 3, 4 + genitivo singolare del nome. Da 5 in poi + genitivo plurale del nome.

Numero + suffissi (tipo ero/oro; osmoro=gruppo di otto; suffisso –ca per i nomi maschili dvojica, trojica)

Numerali: si comportano come aggettivi e talvolta come pronomi


Tab. 2

 

2.2. SISTEMI VERBALI A CONFRONTO

Presentiamo di seguito un primo schema di comparazione sintetica e generale tra la L1 e la LS.

Il sistema verbale verrà successivamente approfondito nel capitolo 4.

 

L1 serbo (e croato)

LS italiano

Doppio aspetto verbale: quasi ogni verbo può essere

- Imperfettivo (azione non finita)

- Perfettivo (azione finita)

No (esterno al verbo)

Modi indicativo, condizionale, imperativo

Modi indicativo, condizionale, imperativo, congiuntivo

Forme temporali: presente, imperfetto (imperfekat), passato prossimo (perfekat), piuccheperfetto (pluskvamperfekat), passato remoto (aoristo), condizionale semplice, futuro I e II.

  • Perfekat tempo passato con dominio quasi assoluto

  • Ausiliare essere e volere

  • No perifrasi progressiva

 

  • No congiuntivo/ no condizionale composto

 

 

  • Registro formale con seconda persona plurale

 

Forme temporali: presente, imperfetto, passato prossimo, piuccheperfetto, passato remoto, trapassato remoto, condizionale semplice, futuro semplice e anteriore.

 

  • Ricca combinazione di tempi al passato

  • Ausiliare essere, avere

  • Perifrasi progressiva stare+gerundio

  • Sì congiuntivo e condizionale composto

 

 

  • Registro formale con terza persona singolare

 

  • Participio attivo (anche in funzione di attributo-aggettivo) e passivo (anche come attributo)

  • Infinito solo presente

  • Gerundio presente (solo da verbi imperfettivi) e passato (prevalentemente da verbi perfettivi)

  • No perifrasi progressiva

  • Participio attivo (anche in funzione di attributo-aggettivo) e passivo (anche come attributo)

  • Infinito presente e passato

  • Gerundio

 

 

  • Gerundio in perifrasi progressiva (stare + gerundio)

Tab. 3

2.3. SINTASSI E TIPI DI FRASI

La L1 si caratterizza sostanzialmente per un ordine piuttosto libero delle parole, che possiamo definire di “tipo misto”.

Vediamo alcuni tratti fondamentali:

 

  1. Le relazioni sintattiche tra i nomi infatti sono spesso assicurate dai casi, per cui anche frasi molto elementari nella lingua madre dello studente possono essere girate in molti modi, per esempio:

 

 

Ana voli mnogo lazanju/ mnogo lazanju Ana voli/ lazanju Ana mnogo voli

(Anna ama molto le lasagne/ molto le lasagne ama Anna /le lasagne ama molto Anna).

 

 

E’ chiaro da questo esempio che una tale versatilità di costruzione nella LS non sarebbe possibile. Questa è anche una delle fonti di transfer dal L1 a LS.

 

  1. Le particelle tendono a collocarsi in seconda posizione

 

  1. I pronomi si dispongono sempre nella sequenza dativo-accusativo. Es. Dajem knjigu Paolu (Do il libro a Paolo) >>> Dajem mu je („do a lui lo” cioè Glielo do)

 

  1. Ausiliare essere: nel perfetto e nel futuro non è mai al primo posto nelle frasi affermative, mentre nelle frasi negative si fonde con la negazione e può stare in prima posizione.

 

 

3. “DA” SERBO E “DA” CROATO VERSO L’ITALIANO. DIVERSITA’ MORFOSINTATTICHE E (POSSIBILI) DIVERSITA’ DI TRANSFER.

Il croato, a differenza del serbo è caratterizzato dall’uso diretto dell’infinito senza preposizione sia con i verbi modali e servili che in altre costruzioni (vado +infinito diretto, comincio +inf.dir., finisco +inf.dir., amo/odio/adoro etc. + inf ; altri verbi fraseologici, formazione del futuro semplice, etc.). Il serbo, invece, sebbene preveda la possibilità di utilizzare l’infinito diretto, è fortemente caratterizzato dalla costruzione equivalente “da” + indicativo coniugato nel soggetto agente13.

Questa differenza comporta una maggiore affinità che la lingua croata condivide con la lingua italiana, rispetto alla lingua serba.

La lingua serba, in realtà, può presentare entrambe le varianti, ma con preponderanza della struttura “da + indicativo” nella lingua parlata e una maggiore compresenza tra le due forme nella lingua scritta.

Una tabella di confronto, con alcuni esempi, chiarirà più semplicemente questa differenza, irrilevante sotto il profilo dell’intercomprensione tra croatofoni e serbofoni, ma non certo priva di conseguenze sul piano dei processi di apprendimento della lingua italiana.

Alcuni esempi di comparazione fraseologica tra serbo e croato nell’uso dell’infinito:

 

Studente serbo

Lingua serba

[possibile transfer negativo]

Studente serbo di area croatofona

Lingua Croata

[possibile transfer positivo]

  • Potere, dovere, volere, desiderare, amare

Moći, morati, hteti, želeti, voleti

  • Potere, dovere, volere, desiderare, amare

Moći, morati, htjeti, željeti, voljeti

a)Moram da radim.

[“devo (che/di/da/a) lavoro/lavorare”]

Moram raditi

[devo lavorare]

 

b)Moram da ti kažem

[“Devo (che/di/da/a) ti dico/dire”]

Moram ti kazati

[devo dirti]

c)Zelim Vas da obavestim

[“Desidero che La informo”]

Zelim Vas obavijestiti

[Desidero informarLa]

d) Hocu da znam / Hoću znati

[“Voglio (che/di/da/a) sapere/so”]

Hoću znati

[Voglio sapere]

e) Volim svirati/volim da sviram

[“Amo (che/di/da/a) suonare”]

 

Volim svirati

[“Amo suonare”]

 

f)Želeo bih da jedem/jesti

 

[„Vorrei (che/di/da/a) mangiare/mangio”

Želeo bih jesti

 

[Vorrei mangiare qualcosa]

 

Altri verbi: riuscireuspeti-uspevati / adorare- obožavati / incominciarepočinjati-početi/ dimenticarezaboraviti-zaboravljati / ricordareosećati-osetiti se / odiare- mrzeti / mi piace- sviđa mi se

 

Altri verbi: riuscire uspjeti-uspjevati / adorare- obožavati / incominciarepočinjati-početi/ dimenticarezaboraviti-zaboravljati / ricordare – osjećati-osjetiti se / odiare- mrzeti / mi piace sviđa mi se

 

g) Obožavam da gledam stare filmove/ obožavam gledati stare filmove (più raro)

[“Adoro (che/di/da/a) guardare/guardo vecchi film”]

Obožavam gledati stare filmove

 

[“Adoro guardare vecchi film”]

 

h) Nemoj zaboraviti da pogledaš one stare filmove

[“Non dimenticarti (che/di/da/a) guarda-i/guardare quei vecchi film”]

Nemoj zaboraviti pogledati one stare filmove

[non dimenticarti di guardare quei vecchi film]

i) Verbo „andare –ići” / “venire – dolaziti”

d)Idem da jedem

[“Vado (che/di/da/a) mangio/mangiare”]

Verbo “andare – ići” / “venire – dolaziti”

Idem jesti

[“Vado a mangiare”]

 

Costruzione del futuro

 

Costruzione del futuro

 

l) Ja ću da napišem = io scriverò

[Io + ausiliare del verbo hteti per il futuro+ da + scrivo]

Ja ću napisati = io scriverò

(Io +ausiliare del verbo hteti-volere+ infinito)

Ja ću napisati = io scriverò

(Io +ausiliare del verbo htjeti+ infinito)

 

 

Tab. 4

 

Secondo quanto è emerso dalle osservazioni congiunte di alcuni colleghi che hanno studenti serbi cresciuti in regioni di influenza croatofona (slavoni, dalmati, erzegovesi, etc.) e di alcuni scambi di vedute con i colleghi dalla Croazia, questa differenza tra serbo e croato si riflette anche nei fenomeni di transfer (sia di segno “positivo” che “negativo”) e nello sviluppo interlinguistico.

Sulla base dei fenomeni rilevati e interpretati, si possono trarre le seguenti interpretazioni:

 

  1. Il transfer può prendere due direzioni diverse. Lo studente con “retroterra croatofono” tende ad acquisire con più facilità l’uso dell’infinito in italiano e, al tempo stesso, tendere all’omissione delle preposizioni nelle costruzioni composte, con enunciati del tipo “vado (a) mangiare” / “incomincio (a) scrivere”/ “finisco (a) leggere”/ . Lo studente serbofono, d’altro canto, può presentare una gamma di fenomeni di transfer più ampia, nelle seguenti forme:

[“vado (che, da, di, a) mangio/mangiare”] / [“finisco (a, di, da che) mangio/mangiare”]/ [“vado (da, di, che, a) mangio/mangiare]14”/ [“incomincio (da, di, che, a) leggere/leggo”];

 

  1. In generale, per fattori di somiglianza morfologica, fonetica e funzionale tra il “da” in L1 (serbo o croata) e la “di”/”da” in italiano LS, sia i “croatofoni” che i “serbofoni” possono manifestare la tendenza a replicare il “da” o a trasformarlo in “di” o in “che”, sempre tenendo conto delle differenze precedentemente illustrate nella tabella;

 

  1. Infine, una volta acquisito l’uso dell’infinito, gli errori sul fronte dell’uso delle preposizioni tendono a perdere le caratteristiche del transfer: il sistema interlinguistico dello studente va evolvendosi a mano a mano che lo studente sperimenta la varietà dell’uso delle preposizioni che caratterizza la lingua italiana nelle costruzioni con i verbi all’infinito.

 

 

4. ALCUNE RIFLESSIONI SUL CONCETTO DI TRANSFER

L’analisi contrastiva degli albori tendeva a guardare al soggetto apprendente come un individuo “guidato” dal transfer della lingua madre. L’errore e le sue cause non erano parte di un processo di apprendimento e nemmeno un’occasione di riflessione metalinguistica per lo studente, quanto piuttosto un fattore negativo da prevenire, diagnosticare e curare. E’ chiaro che oggi una posizione di questo tipo è difficilmente difendibile.

Secondo Odlin (1989: 27) il transfer è quel tipo di “influenza che nasce come risultato delle analogie e delle differenze tra la lingua obiettivo e qualsiasi altra lingua precedentemente appresa”. L’analisi contrastiva rimane essenzialmente un mezzo utile per interpretare determinati fenomeni, ma non va applicata in modo meccanico. L’importante è essere consapevoli che ogni chiave di lettura è un sistema interpretativo che, pur obbedendo alla necessità di generalizzazione, è sempre in fieri e, come tale, mai risolto.

E’ nella fluidità dei processi interlinguistici15 che la visione sui fenomeni di transfer si più complessa (Odlin, 1989: 25-28) ma anche più ricca:

 

  • Il transfer non è semplice conseguenza di un’abitudine linguistica. L’acquisizione di una lingua straniera non comporta necessariamente una sostituzione progressiva e lineare delle strutture della L1 con quelle della L2/LS

 

  • Il transfer non è riducibile al concetto di interferenza. L’interferenza è un transfer di segno negativo, ma esiste di converso un transfer di tipo positivo derivante, per esempio dai tratti condivisi di similarità tipologica tra L1 e L2/LS e/o tra L2/LS2 e L3/LS. L’italiano e l’inglese, per esempio, condividono in misura maggiore parentele lessicali di quanto non ne con divida il serbo con entrambe.

 

  • Il transfer non è una semplice “regressione” alla lingua materna. Mi sembra interessante questo aspetto della critica di Odlin alla posizione di Krashen (Odlin, 1989 : 26-27), in base alla quale il transfer risulterebbe come una strategia produttiva senza effetti in termini di acquisizione. Nelle fasi di lettura/ascolto e comprensione, proprio nel processo di acquisizione, sono in gioco abilità recettive che non di rado possono coinvolgere processi di transfer positivi o negativi da L1 o da L2/LS2.

 

  • Il transfer non è riducibile all’influenza della L1. In un mondo di individui sempre più “plurilingue”, questo è un dato evidente.

 

 

5. CONCLUSIONI

Le osservazioni sopra riportate sulle differenze tra background serbofono e background croatofono in termini di fenomeni di transfer nell’apprendimento dell’italiano LS sono da considerarsi come una traccia generale di riferimento, senza pretese di esaustività rispetto a un universo di casi individuali evidentemente irriducibili a uno schema. Infatti, ogni strumento di interpretazione contrastiva andrebbe sempre posto in correlazione con l’esperienza globale di apprendimento linguistico del singolo individuo, di cui elenchiamo alcuni aspetti:

  • Anni di studio dell’italiano e livello raggiunto di competenze linguistiche

  • Motivazioni di base dello studio e contesti di utilizzo della LS

  • Quali sono le altre LS precedentemente apprese o in corso di apprendimento

  • Secondo quali approcci e metodi

  • Tipi di intelligenza e di stili cognitivi

Nella pratica dell’insegnamento, se consideriamo l’errore come elemento interlinguistico transazionale16 e la L1 (o le altre lingue) come uno dei tanti fattori rilevanti di questo processo di apprendimento, prendiamo le distanze dal comportamentismo tout court, ricollocando l’analisi contrastiva in una funzione di strumento utile a interpretare il potenziale ruolo della lingua madre (o di altre lingue precedentemente studiate) nell’apprendimento della lingua obiettivo.

Lo studio del transfer, infatti, continua a dipendere largamente dalla comparazione sistematica delle lingue (Odlin, 1989: 28). E’ difficile immaginare un altro strumento.

 

 

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TIROVA, Z., 2006, “Bilinguizam kao realnost u vojvodini (sa aspekta slovačko-srpskog bilingvizam)“, Zbornik radova Filozofski Fakultet - Univerzitet u Novom Sadu, Srbija http://www.ff.ns.ac.yu/stara/elpub/susretkultura/23.pdf

 

 

 

 

1 Le lingue presenti in Vojvodina sono serbo (parlato dalla maggioranza relativa), ungherese, slovacco, romeno, croato, ucraino, ceco, bulgaro, macedone, tedesco, rom e russino. Rom e russini sono minoranze senza uno stato nazionale di riferimento. Questi ultimi, detti anche ruteni, parlano una lingua slava orientale dei Carpazi - territori oggi divisi tra Romania, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Ucraina.

2 Dell’esistenza di una lingua bosniaca se ne discuteva dagli anni settanta del Novecento.

3 Con il termine jugoslavo (slavo del sud), in questo contesto, ci riferiamo a quella parte consistente del gruppo linguistico slavo meridionale (serbi, croati, musulmani, montenegrini, sloveni, macedoni), che a partire dal 1918 (Regno di Serbi, Croati e Sloveni, successivamente Jugoslavia monarchica e infine Repubblica federativa socialista jugoslava) ha fatto parte di un progetto politico unitario. Trattandosi di popolazioni poco numerose e tendenzialmente mescolate in un territorio non particolarmente vasto, l’ex lingua serbo-croata come lingua maggioritaria era uno strumento di comunicazione anche per sloveni, macedoni, e altre minoranze slave che parlano idiomi distinti ma pur sempre caratterizzati da un alto grado di intercomprensione.

4 Il nome di queste parlate deriva da što, ča e kaj, tre modi diversi di dire “che cosa?”. Il čakavo ikavo-ijekavo e il kajkavo sono i dialetti dell’area dell’Istria, di parte della Dalmazia costiera e insulare, e dell’area di Zagabria.

5 I croati (e gli sloveni) sono cattolici, mentre i serbi e i montenegrini (insieme ai macedoni) sono a larghissima prevalenza ortodossi. I bosniaci, invece, sono in maggioranza relativa di religione mussulmana.

6 E’ interessante notare, a questo proposito, come certi neologismi introdotti nella lingua croata da alcuni promotori delle riforme linguistiche non abbiano riscosso il successo sperato, mentre la propaganda condotta in Serbia per preservare il cirillico dalla presunta “invadenza” dell’alfabeto latino si sia dimostrata inefficace a fronte di una popolazione che continua a servirsi di entrambi gli alfabeti. In Serbia il latino non è stato rifiutato mentre il cirillico gode di ottima salute, dal momento che rimane comunque un alfabeto ufficiale nel sistema scolastico.

7 Due fatti emblematici illustrano un dualismo non risolto unità-autonomia. Nel 1954 presso la Matica Srpska di Novi Sad viene firmato l’ultimo degli accordi sulla lingua comune, oltre un secolo dopo il primo accordo di Vienna. A poco più di dieci anni di distanza, l’accademia di Zagabria rivendica una maggiore autonomia della lingua croata, protestando contro l’invadenza del serbo, che oltre ad essere la lingua dell’esercito era anche sentito come eccessivamente dominante nella burocrazia e nei media. Entrambe le dichiarazioni sulla lingua sono imbevute di ideali jugoslavisti, ma riflettono diverse fasi dello sviluppo di questa dottrina politica. Il problema politico-culturale del “centralismo serbo”, soprattutto nella burocrazia e nell’esercito, è stato uno dei detonatori storici delle crisi jugoslave nel secolo scorso.

8 Il paragone di Ivan Klajn con l’inglese e l’americano è particolarmente efficace. Lo spazio ex jugoslavo è complesso ma geograficamente contenuto. Dopo gli accordi di Dayton del dicembre 1995, cioè nel dopoguerra, hanno ricominciato a ricostruirsi le relazioni politiche, economiche e commerciali. Il clima culturale negli ultimi dieci anni si è anch’esso parzialmente riaperto. La musica, i concerti di vario genere e qualità, i film e le opere teatrali girano da uno Stato all’altro, così come la Tv satellitare nelle case consente di seguire le reti televisive dei “vicini”. La letteratura sta riprendendo a girare tra le ex Repubbliche federate e, insieme ad essa, le collaborazioni artistiche transnazionali. Le comunicazioni via chat line, le email, e i numerosi “gruppi di discussione” veicolati da queste nuove tecnologie dimostrano un confronto a distanza su molti temi, consentendo di rielaborare il vissuto e la memoria e, non di rado, di riallacciare rapporti interrotti negli anni ’90. Queste relazioni tra individui di diversa nazionalità non avvengono in una lingua franca, bensì in serbo e in croato. Per tutta questa serie di motivi la posizione di Ivan Klejn mi sembra la più realistica: esiste “ancora” filologicamente un serbo-croato o, aggiungerei, croato-serbo. Esisterà fino a quando sarà dimostrabile un livello de facto così alto di intercomprensione da risultare quasi totale, sebbene le due lingue siano ormai separate de jure. Sintomatica è l’assenza, per il momento, di interpreti e traduttori negli incontri ufficiali tra rappresentanze politiche delle rispettive repubbliche.

9 Sulla base delle osservazioni riportate, non credo sia appropriato definire bilingue i “serbi di area croatofona” residenti in Serbia. Si tratta in realtà di una lingua madre del tutto croata o molto più vicina al croato che al serbo di Serbia, la quale tuttavia tende ad evolversi nel momento in cui entra in contatto con il serbo ekavo standard. Per un serbo ijekavo è in realtà molto facile adattarsi alla variante ekava orientale della Serbia, mentre è ipotizzabile che permanga un retroterra attivo della lingua madre nella variante originaria. Riguardo al ruolo sociale della “lingua madre originaria”, secondo alcuni informant essa si conserverebbe più che altro in forma vernacolare, come un dialetto utilizzato in casa ma generalmente evitato nella stragrande maggioranza della relazioni sociali quotidiane (scuole, università, mondo professionale, media, etc.).

10 Mancano studi di riferimento di tipo longitudinale e statistico sul transfer da L1 (lingua serba) a LS (lingua italiana). La mia indagine, di tipo qualitativo, si è pertanto basata sulla distribuzione di 30 questionari a colleghi insegnanti di lingua italiana con un elenco di possibili fenomeni di transfer da me rilevati negli ultimi tre anni. Compito dei colleghi era quello di informarmi sulla loro percezione del fenomeno (con scale autoancorate) nella produzione orale e scritta libera da livello A2 a livello B2. La parte libera del questionario accoglieva commenti, impressioni, suggerimenti ed altri fenomeni di transfer notati durante lo svolgimento delle loro lezioni, non solo dalla L1 ma anche da altre LS.

11 Mi riferisco al paper dell’università di Zagabria (Geld-Mateusz R., Mardešić S., Stanojević M., 2007) sulla linguistica cognitiva applicata alla soluzione dei problemi di transfer negativo nell’uso dei tempi verbali passato prossimo/imperfetto in italiano manifestati da parte di studenti madrelingua croati.

12 Pur avendo avuto alcuni studenti di “area croatofona”che parlano ijekavo, le caratteristiche fonetiche proprie della ijekavica non risulterebbero presentare alcuna conseguenza peculiare sul piano del transfer da L1.

13 Secondo certi slavisti (vedi Fici, 2001) è ipotizzabile che la lingua serba possa perdere il tema dell’infinito, acquisendo una caratteristica tipica del bulgaro, dell’albanese, del macedone e del romeno (c.d. lega balcanica). Secondo le mie personali osservazioni, tuttavia, questa ipotesi potrebbe essere poco attendibile, dal momento che la lingua serba continua a godere di un forte contatto con le lingue dell’ex diasistema serbo-croato, soprattutto ad opera dei mass-media.

14 Lo stesso tipo di transfer i serbi lo manifestano con la lingua inglese. E’ nota l’espressione “I must to eat” o “I must to go” come riflesso della costruzione “moram da idem”/ “moram da jedem”. Il “to” prende il posto del “da”.

15 E’ dalla fine degli anni sessanta, con i lavori di Corder e di Selinker che, in contrasto con il comportamentismo e l’analisi contrastiva di Lado, si sviluppa il concetto di interlingua, destinato a rivoluzionare le tecniche di analisi dell’errore. L’interlingua supera il meccanicismo delle interferenze, in quanto è composta da “ipotesi sul funzionamento della nuova lingua da verificare: è quindi un sistema in continua evoluzione, che procede allontanandosi sempre più dalle regole della lingua materna dello studente, che nei primi stadi dell’apprendimento vengono generalizzate, verso quelle proprie della lingua straniera o seconda (Luise M.C.)”.

16 Secondo Corder, il linguaggio dello studente acquisisce una piena dignità sotto il profilo grammaticale del proprio “dialetto transazionale” (Corder, 1971: 19), il cui insieme di regole si ridefinisce continuamente. L’errore o devianza è, a suo modo, una grammatica. La fossilizzazione, pertanto, non è l’ineluttabile punto d’arrivo di un errore reiterato e il discente, nella visione di Corder, ha un ruolo particolarmente creativo. Il termine “competenza transazionale” è strettamente legato alla nozione chomskyana di “competence”. Questa nozione valorizza tanto l’idea di interlingua che l’idea di “sistema approssimativo” di Nemser, le quali già richiamano le caratteristiche ibride e il processo di avvicinamento della lingua dello studente alle norme della TL (Corder, 1971: 66-67). Il dialetto transazionale è fluido, dinamico e mutevole nel tempo, ma al contempo è un’interlingua non istituzionalizzabile. Come sostiene lo stesso Corder, la sua caratteristica di “transazionalità” fa sì che difficilmente diventi un mezzo regolare di comunicazione, generando il paradosso di una “grammatica” personale che non produce norme stabili.

 

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