Settembre 2007  Supplemento alla rivista EL.LE - ISSN: 2280-6792
Direttore Responsabile: Paolo E. Balboni
Le comunità di pratica nella formazione dei docenti di Gianluigi Bodi

ABSTRACT

A volte un corso di aggiornamento non riesce a fornire all'insegnante tutto ciò di cui ha bisogno per affrontare serenamente la propria pratica quotidiana. Per superare tale ostacolo ci viene in aiuto un modello di interazione mutuato dagli ambiti aziendali e che ha le sue origini nell'apprendistato. Tale modello è la Comunità di Pratica. Nelle Comunità di Pratica i professionisti decidono di interagire al fine di migliorare la propria pratica professionale. Risultato di questa interazione è la creazione, la condivisione e la disseminazione della conoscenza. In questo modo, il totale della conoscenza sviluppata all'interno della Comunità di Pratica è superiore alla somma delle parti delle conoscenze possedute da ogni singolo membro.

 

 

1. ORIGINI DELLE COMUNITÀ DI PRATICA

Spesso succede che fenomeni dalle origini antiche vengano fatti passare per la novità del momento. Questo accade ai giorni nostri, ad esempio, per quanto riguarda la globalizzazione. Negli anni recenti si sono alzate le voci contro e a favore di questo fenomeno. Essa è stata stigmatizzata o ne sono state decantate le lodi, ma quello che più è sembrato evidente è che essa sia stata sempre recepita come un fenomeno recente e legato alla modernizzazione. Un male o un bene profondamente connesso con gli sviluppi commerciali del presente. La realtà delle cose però è un'altra. La globalizzazione fonda le sue radici nel passato. Come essa sono anche altri i concetti che ciclicamente vengono portati all'attenzione del grande pubblico spinti da un'onda di indignazione o entusiasmo, a seconda dei casi, e che vengono decontestualizzati.

Uno di questi è la “Comunità di Pratica” (CdP).

Prima di vedere in profondità cosa sia una CdP è utile sgombrare il campo da inutili equivoci. Nonostante si possa dire che la definizione di Comunità di Pratica sia stata coniata di recente1, le CdP non sono un'invenzione moderna, non sono un fenomeno nato nell'era di internet e strettamente dipendete dalle recenti innovazioni tecnologiche. Le CdP ci sono sempre state e pur non attirando l'attenzione su di sé non hanno continuato a svolgere il proprio compito.

Il concetto è piuttosto antico, le strutture sociali sono basate sulle comunità di pratica fin dall'antichità. Uno dei concetti che sta alla base delle CdP e che può aiutare a comprenderle meglio è quello dell'apprendistato. Le comunità di Pratica sono per l'apprendista come una sorta di curriculum vivente perché l'essere membro di una CdP di per sé definisce tutta una serie di conoscenze e abilità senza le quali non si potrebbe entrare a far parte della comunità prescelta. Recentemente questo tipo di struttura di aggregazione sociale è stata riscoperta.

All'interno delle aziende le CdP si sono andate sempre più diffondendo, poiché sono state identificate come un fattore chiave della disseminazione della conoscenza all’interno delle organizzazioni.

Il progresso che ha portato le reti internet e intranet all'interno di ogni ditta e azienda di qualsiasi grandezza ha contribuito a far diffondere il fenomeno delle CdP pur non aggiungendovi nulla di significativo.

Inoltre, si può affermare che, il nuovo vigore delle CdP è dovuto in particolar modo all'interessamento di un filone della ricerca di matrice sociologia a antropologica che ha cercato di andare aldilà del concetto passivo dell'acquisizione della conoscenza2. Partendo da questo presupposto la dottrina ha cercato di mettere l'apprendente al centro del processo di apprendimento e di inserire l'apprendimento stesso all'interno di una cornice costruttivista.

Ogni atto della nostra esistenza è consapevolmente o inconsapevolmente un atto di apprendimento. Si tratta di un processo continuo che occupa tutta la nostra vita. Ogni apprendimento è il risultato dell'interazione di un individuo con un ambiente fisico esterno, con un contesto sociale o con sé stesso. Ed è in questo processo di continua interazione e modifica della propria identità che si inserisce la Comunità di Pratica.

Ma cosa sono le CdP? Quale è il loro compito e come sono strutturate?

Secondo la definizione di Wenger una CdP è:

 

[...] un gruppo di persone che condividono una preoccupazione o la passione per qualcosa che fanno e imparano a farlo meglio mano a mano che interagiscono con regolarità.3

 

Una Comunità di Pratica è quindi, nel caso in cui si parli di impiegati, un insieme di persone che si trovano ad interagire tra di loro per migliorare la propria pratica lavorativa. Nell'interazione c'è il miglioramento e la ricerca del miglioramento, è il motore che spinge all'interazione.

Questa definizione porta subito all'attenzione il carattere comune sotto il quale si aggregano le persone che fanno parte di una Comunità di Pratica: il loro lavoro o la loro passione. Non si tratta però del lavoro in senso stretto, piuttosto dell'interesse per il lavoro e la volontà di migliorare le proprie pratiche lavorative e di condividere questi miglioramenti. Ciò che spinge un gruppo di persone a formare una CdP è la consapevolezza che per fare bene il proprio lavoro, o per dedicarsi in maniera migliore alla propria passione, non possono limitarsi ad essere fruitori passivi di informazioni.

Il concetto può essere compreso meglio con un esempio pratico.

All'interno di una CdP di programmatori software si sta discutendo su come poter risolvere un problema. Alcuni programmatori propongono la soluzione che viene usata più spesso e che compare nei manuali. Altri optano per una soluzione meno usata, non documentata, ma altrettanto efficace. Si da per scontato che la soluzione debba venire dall'interno. Ad un certo punto, uno dei nuovi arrivati, propone una soluzione alternativa, mutuata da un'altra comunità di pratica di cui faceva parte. La nuova soluzione mette i membri della CdP nella posizione di dover discutere se sia il caso o meno di implementare la nuova proposta. Se la proposta viene accettata inizia a far parte del bagaglio di migliori pratiche della comunità e probabilmente finirà per essere utilizzata al pari delle soluzioni documentate nei manuali.

Quali eventi hanno avuto luogo dall'insorgere del problema all'accettazione della soluzione?

Abbiamo avuto una interazione di un singolo con il gruppo, l'interazione tra vari membri della comunità, la proposta di una soluzione canonica già sperimentata dal gruppo e la proposta finale di una soluzione alternativa che ha modificato l'insieme delle conoscenze dei singoli partecipanti alla vita della comunità. Ognuno dei membri ha espresso le proprie opinioni con cognizione di causa vista l'esperienza acquisita nel campo in cui la comunità agisce.

Come possiamo vedere, la caratteristica principale del rapporto che lega questi membri è la comunicazione, lo scambio di idee e, in questo caso, di buone pratiche. Niente di tutto questo sarebbe possibile se fossimo in presenza di un gruppo eterogeneo, legato solamente da vincoli di prossimità geografica o da un obbligo lavorativo caduto dall'alto. Queste persone interagiscono tra di loro perché vogliono farlo e si scambiano consigli perché comprendono che la ricchezza del gruppo arricchisce anche il singolo.

Secondo Nonaka (1994: 14):

 

Quando l'attività lavorativa e l'introduzione di nuove conoscenze (sia procedurali che tecnologiche) vengono messe fra loro in connessione e collegate alle opportunità di sviluppo delle competenze dei membri delle diverse comunità di pratica, il discorso sull'apprendimento si allarga infatti all'intera organizzazione e fra apprendimento individuale ed apprendimento organizzativo viene a formarsi una certa continuità

 

Le Comunità di Pratica possono essere più o meno visibile. Si va dal newsgroup di letteratura4 al gruppo di colleghi che si trovano a discutere davanti alla macchinetta del caffè, dai riparatori di fotocopiatrici5 agli insegnanti di lingue6.

Le Comunità di Pratica si possono quindi trovare ovunque. Questo almeno a livello potenziale. Infatti, non tutti i gruppi di persone che condividono un lavoro possono dirsi parte di una Comunità di Pratica. In tal senso, come deve essere considerato un gruppo di lavoro che ha ricevuto mandato dalle alte sfere di risolvere un problema di tipo logistico (la distribuzione di un prodotto sul mercato) e che è destinato a sciogliersi una volta che il compito è portato a termine?

Ovviamente, in questo caso, non stiamo parlando di una CdP. I fattori che differenziano il gruppo di lavoro dalla comunità di pratica in questo caso sono almeno due. Il primo è il vincolo di tipo temporale. Una comunità di pratica non può avere un limite temporale. E' evidente che anche una CdP ha una propria “vita”. Essa infatti ha una nascita, uno sviluppo e una morte7, ma queste fasi non si possono definire a priori. Mentre per il gruppo di lavoro il raggiungimento dello scopo decreta la morte del gruppo, per la CdP lo scopo è quello di migliorare le pratiche lavorative e questo compito non ha virtualmente fine.

L'altra differenza, più importante del limite temporale, è il fatto che un gruppo di lavoro solitamente è promosso e organizzato da una volontà esterna (quella del datore di lavoro). Le CdP invece sorgono spontaneamente sulla spinta della necessità che alcune persone sentono di migliorare la propria pratica lavorativa e di mitigare il senso di solitudine. All'interno di un'azienda possiamo trovare più Comunità di Pratica che possono o meno decidere di interagire tra loro8 ed è probabile che nessuna di essa si sia formata su direttiva di un superiore, ma che siano nate tutte in base ad un esigenza profonda di miglioramento. Le CdP non possono essere gestite dall'esterno. La loro gestione è demandata ai membri che ne fanno parte. In questo senso, il compito della direzione dell'azienda in cui sono nate le CdP è, in primo luogo, quello di riconoscerne l'esistenza e l'importanza e successivamente quello di assegnare le risorse economiche, logistiche e tecnologiche necessarie per lo sviluppo. L'azienda deve quindi portare avanti un processo di riconoscimento e coltivazione delle CdP che vivono al suo interno.

Secondo Etienne Wenger9, il primo ad aver dedicato alle Comunità di Pratica uno studio approfondito, una CdP è una combinazione di tre elementi fondamentali: Un dominio, una comunità e una pratica.

Il dominio è l’argomento in comune tra tutti i membri ed è l'aspetto su cui si concentra il lavoro della comunità e che diventa la ragione di essere. E’ un terreno in continua evoluzione costituito da problematiche e soluzioni via via diverse. E' la ragione primaria che ha portato all'interazione tra le persone e quindi è il fattore che fa da catalizzatore per la creazione di una CdP. L'appartenere ad una CdP implica un certo livello di conoscenza del dominio e quindi, una competenza condivisa tra tutti i membri della comunità.10

Un livello minimo di conoscenza del dominio permette ai membri di agire appunto come apprendisti all'interno della comunità di pratica.11

La comunità è il gruppo di persone che interagisce sui temi rilevanti per il dominio.

Infine la pratica. Una comunità oltre a condividere la missione e l'interesse per il dominio condivide anche strumenti, metodi, tecniche, trucchi, stili, teorie, approcci, prospettive e linguaggi, in altre parole, i membri condividono il modo di fare le cose e quindi hanno una pratica condivisa.

La presenza delle CdP è di fondamentale importanza per qualsiasi organizzazione, soprattutto per quelle che fanno del “knowledge management” il loro punto di forza. Infatti le CdP sono delle strutture sociale che detengono un patrimonio di conoscenza tacita, un tipo di sapere profondamente connesso con le azioni quotidiane e con le esperienze maturate da ogni individuo e che spesso rientra nell'espressione colloquiale: trucchi del mestiere.

In ogni CdP ci sono diverse tipologie di membri. Questo dipende dal diverso livello di coinvolgimento che una persona dimostra per la comunità di cui fa parte. Il massimo livello di coinvolgimento spetta a quello che viene definito il “nucleo”12 Il funzionamento ottimale di una CdP dipende dalla presenza di figure chiave che siano in grado di gestire l'organizzazione della comunità, promuovere l'interazione tra membri e favorire la circolazione della conoscenza. Da questo nucleo di membri dipende quindi il successo o il fallimento di una comunità.

Accanto a questi membri ce ne sono altri, che per diversi motivi non entrano a far parte del nucleo. La loro è una partecipazione legittima periferica13. Tale partecipazione è definita legittima in quanto i membri hanno una conoscenza del dominio sufficiente a permettergli di far parte della comunità e quindi la loro partecipazione è vista dagli altri membri come legittima. Il carattere di perifericità invece, non si riferisce a un concetto di prossimità geografica, ma piuttosto ad un concetto legato all'esperienza o anche al grado di coinvolgimento che un membro mantiene. Tornando brevemente all'esempio della Comunità di Pratica dei programmatori di software, possiamo dire che, un membro che per la prima volta entra a far parte della comunità avrà un esperienza limitata e quindi potrà non essere in grado di interagire al meglio con gli altri membri. Osservando le varie interazioni, raccogliendo informazioni e nuove pratiche riuscirà con il passare del tempo ad avvicinarsi verso il nucleo della comunità.

Alcuni membri scelgono di rimanere nella periferia della comunità anche se il loro livello di esperienza li potrebbe far entrare a far parte del nucleo. Le ragioni di questa scelta possono essere molteplici. Le più comuni riguardano la mancanza di tempo da utilizzare per partecipare alla vita della comunità, o l'impressione che il valore aggiunto scaturito dall'interagire nella CdP non sia poi così grande. La ragione più comune però ha a che fare con la mancanza di fiducia nei proprio mezzi. Si teme che la propria inesperienza possa nuocere alla comunità. Un modo per evitare che si creino queste situazioni è quello di creare all'interno della Comunità di Pratica un ambiente rilassato in cui il lavorare assieme e l'interagire frequentemente con gli altri componenti del gruppo possa aiutare a sviluppare quella confidenza e quella fiducia che sono necessarie per condividere le idee e apprendere insieme.

Le comunità di pratica possono assumere molte forme. Possono essere comunità che svolgono la loro attività in presenza, su internet oppure “blended” cioè, utilizzando sia gli incontri in presenza sia il Web. Le CdP possono essere piccole o grandi, avere enormi budget o riuscire ad esistere con delle risorse economiche esigue. Possono essere interne ad un'azienda, comprendere più ditte e arrivare fino ad operare in nazione diverse. Infine possono essere riconosciute dalle alte sfere oppure lavorare in modo totalmente informale. E' impossibile stabilire a priori quali caratteristiche deve avere una CdP per poter funzionare nel migliore dei modi. Ogni CdP ha una storia a sé e andrebbe studiata individualmente. Può succedere che una CdP con un budget elevato sponsorizzata e spinta dal management dell'azienda sia inefficace, mentre una piccola comunità, nata quasi per caso durante la pausa pranzo si riveli una realtà solida e duratura.

Nel corso della nostra vita ci può capitare di far parte di più comunità. Appartenere ad una CdP non implica che non si possa essere membri di altre CdP. Con il trascorrere del tempo possiamo passare da una comunità all'altra, perché magari non siamo più interessati al dominio di quella comunità, o magari perché è stata la comunità stessa a cessare di esistere. Ogni individuo almeno una volta nella vita ha fatto parte di una comunità di pratica. In classe gli alunni si organizzano e studiano assieme condividendo il modo di prendere gli appunti e le strategie di apprendimento. Una famiglia organizza i propri spazi e le proprie abitudini al fine di migliorare la convivenza. Un impiegato di una banca, con l'hobby della fotografia frequenta un forum sull'argomento. Questi sono solo alcuni degli esempi delle Comunità di Pratica che possiamo incontrare nella nostra vita. Il panorama delle nostre comunità é vasto e complesso e se immaginiamo la nostra vita come una linea retta ci può capitare di intersecare queste comunità, di passare per la tangente o di evitarle completamente. In ogni caso, tutte le comunità a cui partecipiamo e in un certo qual modo anche quelle a cui non partecipiamo influenzano la nostra identità. Questa traiettoria e la nostra identità sono due concetti correlati. Possiamo dire che per sviluppare la nostra identità dobbiamo affrontare delle sfide, imparare nozioni nuove, interagire con le persone, appartenere ad alcune comunità e scartarne altre. Tutti questi elementi possono essere considerati parte della traiettoria che decidiamo di prendere e che influenzerà profondamente la nostra personalità.

Il dominio influenza l'identità di una CdP, il partecipare alla CdP influenza l'identità dei membri i quali, cambiando le caratteristiche del dominio o immettendo nuova conoscenza, cambiano l'identità del dominio stesso. Quello che a prima vista può sembrare un circolo vizioso è in realtà un movimento che porta a migliorare il processo di apprendimento in quanto si affinano il dominio e le pratiche, con conseguente vantaggio per i membri, sia a livello di partecipazione della comunità sia a livello di partecipazione nella società e nelle altra comunità.

 

Costruire un'identità consiste nel negoziare significati della nostra esperienza di appartenenza in comunità sociali. Il concetto d'identità serve come un pivot tra il sociale e l'individuale, così che ognuno può essere raccontato in termini dell'altro. L'identità è il veicolo che trasporta la nostra esperienza da contesto a contesto” Wenger E. (1999: 145)

 

Quale è il risultato di queste continue interazioni, di questo scambio di idee e del proliferare di nuove pratiche?

Una comunità ha un modo di preservare sé stessa anche dopo la sua fine. Le interazioni e le pratiche possono essere reificate. Reificare significa, trasformare un concetto astratto, un'idea o, appunto, una pratica in qualcosa di concreto. Quindi, all'interno di una CdP la reificazione è quel processo con il quale diamo forma alla nostra esperienza producendo oggetti che congelano questa esperienza in “entità materiali”.14 Un esempio di reificazione può essere quello di un manuale, scritto dai membri della comunità, che raccoglie tutte le nuove procedure che sono nate dall'interazione tra i membri. Anche le comunità sul web spesso danno vita alla reificazione della propria conoscenza, ciò accade ad esempio attraverso la pubblicazione delle FAQ (Frequently Asked Questions). La necessità di reificare i concetti astratti nasce da:

 

  • Il bisogno di preservare i concetti;

  • La necessità di fornire un repositorio di informazioni ai membri, sia nuovi che vecchi;

  • La volontà di evitare che membri appena entrati a far parte della comunità pongano domande già affrontate più volte;

  • Fornire un punto di partenza per la creazione di nuove pratiche;

  • Tracciare la storia della comunità di pratica.

 

Reificare fa si che l'efficienza della CdP aumenti. Infatti, avendo un repositorio di quanto è stato prodotto in termini di conoscenza dai membri si evita la dispersione delle informazioni.

E' utile fare una precisazione. Creare un repositorio che accolga la conoscenza della CdP sotto forma di manuale, linee guida e risposte a domande già affrontate non significa che la CdP si debba trasformare in un semplice contenitore di informazioni. L'informazione da sola è di scarsa utilità se non è accompagnata da una profonda conoscenza della pratica della comunità. Non bisogna mai focalizzarsi troppo sui prodotti della reificazione escludendo i processi che l'hanno prodotta. I repositori possono essere degli utili contenitori di conoscenza esplicita, ma necessitano di una buona dose di conoscenza tacita perché questi messi possano essere utilizzati e, come abbiamo visto, le CdP sono l'ambiente ideale per la condivisione di questo tipo di conoscenza.

Infatti, secondo Trentin:

 

I gruppi di lavoro e le CdP sono caratterizzati da un elevato transito di conoscenza tacita, mentre i gruppi d'interesse, e ancor di più i gruppi di condivisione via Web, tendono a privilegiare la circolazione di conoscenza esplicita. Il livello di coesione tende a diminuire con l'aumentare della distanza tra i membri della CdP inoltre, le CdP basate sul Web hanno maggiori problemi per mantenere la coesione. In presenza di CdP maggiore è il numero dei membri e più efficace è la disseminazione della conoscenza, lo stesso non si può dire per i gruppi di lavoro che, dovendo risolvere un singolo problema lavorano meglio con un numero minore di membri”15.

 

Infine è utile porre attenzione al valore di quanto si è reificato, in quanto, la vita della comunità viene influenzata da ciò che si decide di reificare e da ciò che si decide di non reificare.


Tratto da : Elearning per la formazione dei docenti: dalla teoria alla Comunità di pratica di Roberto Baldascino 

 

In ambito aziendale il concetto di CdP ha avuto molta fortuna, le ragioni sono varie e tra queste le più importanti sono:

  • Maggiore responsabilità da parte dei membri nella costruzione della propria conoscenza;

  • Un legame più stretto tra apprendimento e pratica;

  • I membri possono trattare oltre alla conoscenza esplicita anche quella tacita;16

  • Le comunità non hanno barriere e quindi la conoscenza può arrivare in maniera molto informale anche dal di fuori dell'azienda.

 

Pur se i membri fanno parte tutti della stessa azienda e lavorano nello stesso campo, le persone non sono uguali. Le competenze possono essere sovrapponibili, ma nonostante questo ogni componente della comunità porta qualcosa di personale nel gruppo.

 

 

2. COMUNITÀ DI PRATICA E CORSI DI AGGIORNAMENTO NELLA FORMAZIONE DEGLI INSEGNANTI

Il fatto che si sia analizzato la comunità di pratica all'interno di un ambiente aziendale non deve far dimenticare che la chiave del successo di una CdP e la sua efficacia nella disseminazione della conoscenza. Quindi, oltre che in ambito aziendale, una CdP potrebbe essere utile anche in altri ambiti. Ad esempio, potrebbe essere utile ai fan di uno scrittore per discutere sul suo stile di scrittura, sulla sua ultima opera e sul modo corretto di interpretare un passaggio di un libro.

Ma la disseminazione di nuove pratiche può essere d'aiuto anche alla pratica professionale degli insegnanti.

I corsi di aggiornamento a volte possono non bastare a fornire all'insegnante gli strumenti necessari ad affrontare in maniera soddisfacente la propria pratica lavorativa. L’idea di aggiornamento tramite corsi si fonda sul modello della lezione frontale, una o più persone tengono delle mini conferenze e le informazioni vengono semplicemente trasmesse agli insegnanti.

Quando, come spesso accade, si tenta un approccio incentrato sulla risoluzione dei problemi, i casi e i temi utilizzati hanno un valore esemplificativo astratto e si rischia di non avere una corrispondenza tra ciò che eroga il corso e gli effettivi bisogni formativi dei docenti. Non per tutti l'astrazione porta a dei vantaggi.

Inoltre i corsi di aggiornamento basandosi su incontri limitati nel tempo possono essere percepiti dal docente come uno “spazio” estraneo alla pratica dell’insegnamento. Imporre un limite di durata, ma anche di frequenza, è in aperto contrasto con le necessità del docente, cioè di poter essere sempre supportato nel processo di apprendimento che lo riguarda.

In alcuni casi, assumere che un corso una tantum sia sufficiente ad aggiornare la pratica dell'insegnante, rischia di svilire la pratica stessa. La pratica didattico-pedagogica non può essere trattata alla stregua di un software da aggiornare quando proprio non se ne può fare a meno. In realtà l'essere insegnanti aggiornati è un impresa che non va definita come un accordo statico, bensì come un processo dinamico.17

Le conoscenze che vengono riversate durante i corsi difficilmente riescono ad avere un applicazione sul campo, esse tendono a rimanere astratte perché l'insegnante può non riuscire a mettere insieme teoria e pratica. Un’analisi di questo tipo non riguarda solamente i corsi in presenza. I corsi in Elearning possono diventare altrettanto problematici in quanto rischiano di esasperare il senso di solitudine del docente che si vede solo di fronte ai problemi.

Che succede quindi nel momento in cui l’istanza di migliorarsi nasce lontano dal corso di aggiornamento? Quando il problema da risolvere sorge nella pratica quotidiana e l'insegnante ha bisogno di soluzioni e consigli immediati pena il vanificarsi del proprio lavoro in classe?

Il docente può trovarsi di fronte a due soluzioni.

Nel primo caso può decidere di aspettare il prossimo incontro in presenza, mettendo in disparte la problematica sorta sul lavoro e, in un certo senso, sminuendone l’importanza. Nel secondo caso dando la giusta dose di importanza al problema da affrontare può decidere di cercare in maniera autonoma un soluzione anticipando quindi il corso. Nella prima delle due ipotesi l'insegnante che ha incontrato il problema nel procrastinare la ricerca della soluzione rischia di influenzare negativamente il proprio insegnamento. Pensiamo al caso in cui un insegnante all'inizio della propria carriera per mancanza di esperienza non riesce a trovare nulla di meglio di una serie di esercizi strutturali per insegnare il passato remoto italiano ai propri alunni stranieri. Probabilmente l'insegnante stesso percepisce che aldilà di quelle batterie di esercizi monotoni c'è dell'altro, ma non sa a chi rivolgersi. Spesso infatti la soluzione più ovvia, quella di chiedere un consiglio ai colleghi, è anche la più difficile, perché mette in gioco la propria reputazione e la fiducia nelle persone che si interpellano.

I canali utilizzati possono essere molti. Il docente può rivolgersi ad un collega più esperto, può consultare le pubblicazioni del settore o può usare internet nella sua ricerca. In ogni caso la ricerca della soluzione ai propri problemi in maniera autonoma è un primo passo che lo spinge a cercare la conoscenza che gli manca al di fuori dei percorsi canonici e che a tutti gli effetti lo avvicina alle comunità di pratica. Perché il senso di appartenenza ad una comunità nasce anche dal bisogno di appartenenza e dal sentire la necessità di far parte di un gruppo di persone accomunate da un dominio comune e da problemi simili.

L’insegnante, dunque, si allontana dal corso in quanto cerca una partecipazione attiva nella creazione della propria conoscenza. Si instaura quindi un rapporto ciclico tra pratica e teoria in cui ciò che viene interiorizzato a livello teorico ha uno sbocco immediato a livello pratico e in cui la pratica può, attraverso continue migliorie, dare vita a nuova teoria. Il docente si trova quindi a riflettere sulla propria pratica nel contesto professionale e nel momento stesso in cui essa si svolge e in questo modo riesce ad accrescere la propria competenza professionale che non rimane nell’ambito dell’astratto, bensì ha radici ben piantate sull’esperienza personale. Ne risulta una fusione tra pratica e ricerca che ha degli effetti molto positivi sul lavoro quotidiano del docente.

Il semplice corso in presenza quindi non è più sufficiente in quanto il professionista viene astratto dall’ambiente di lavoro come se la pratica e la teoria fossero due momenti distinti del proprio lavoro invece di due elementi fortemente coesi tra loro.

 

Come può una struttura sociale come la CdP che sta avendo una grande importanza in ambito aziendale essere utile anche al settore dell'educazione?

In un certo senso non c'è molta differenza tra un'azienda e la scuola. La prima cerca l'utile in senso economico, la seconda cerca l'utile nell'efficienza dei metodi, nell'efficacia dell'insegnamento e della trasmissione della cultura da insegnante ad alunno. In pratica entrambe cercano di ottimizzare i processi di “produzione” per ottenere il massimo possibile.

In un'azienda privata le comunità di pratica trovano il loro terreno più fertile, in quanto, la ricerca dell'utile pur essendo promossa dalle sfere più alte, è condivisa anche dagli impiegati in quanto la salute dell'azienda ha una ricaduta sulla salute economica degli impiegati.

Per quel che riguarda la scuola il quadro è molto più complesso. Le amministrazioni pubbliche sono degli enormi pachidermi, sono goffe, lente e quando si muovono rischiano di fare danni. Eppure anche in un ambiente storicamente rigido e restio alle innovazioni possono nascere delle CdP. Ciò che le può far nascere è, da un lato, la consapevolezza che per riuscire a svolgere al meglio il proprio lavoro è necessario migliorarsi quotidianamente, dall'altro, dalla frustrazione che nasce dal dover lavorare in un ambiente in cui ogni individuo rischia di sentirsi solo. Il mondo della scuola deve diventare più flessibile. Supportare la creazione di una comunità di pratica di insegnanti è un modo per renderli consapevoli del proprio ruolo all'interno del sistema scuola. Inoltre, in questo modo, gli insegnanti possono essere affiancati nella propria pratica quotidiana offrendogli la possibilità di interagire con i colleghi e uscendo quindi dall'isolamento.

Il domino di conoscenza degli insegnanti è qualcosa di vivo, dinamico e soprattutto tacito. Le competenza che gli insegnanti acquisiscono sul campo difficilmente possono essere catturate nei libri. Le interazioni informali tra insegnanti sono un modo per far circolare queste esperienze e le migliori pratiche.18 Ogni componente della comunità di pratica si crea un proprio spazio e una propria identità che si integra con quelle degli altri membri ma non si fonde mai.19

Il ruolo dell’insegnante è in via di evoluzione, mentre il 20simo secolo era basato sull’insegnamento, il 21 è basato sull’apprendimento20. Il cambiamento porta ad allontanarsi dal ruolo di insegnante come colui che riversa il sapere sui propri studenti e ad avvicinarsi alla figura dell’insegnante come manager del sapere e facilitatore della conoscenza.

In questo senso si riesce a notare un parallelo con quanto detto sopra in riferimento ai corsi per docenti. Durante i corsi è l’insegnante che riceve il nuovo sapere dall’alto, ed il rapporto che si instaura con colui che gestisce il corso, viene riprodotto in aula. Diventa quindi indispensabile rompere questo circolo vizioso. Insegnanti di questo genere già esistono, ma corrono il rischio di essere isolati, la storia insegna che prima di prendere piede, l’innovazione non è vista di buon occhio. Per scongiurare questo rischio è necessaria una struttura che metta in comunicazione questi docenti innovatori e che permetta, allo stesso tempo, di mettere in circolo le loro conoscenze.

Secondo McDermott, le comunità di pratica:

 

[…] nascono dal naturale desiderio delle persone di scambiarsi idee, trovare aiuto , apprendere nuove idee, verificare il proprio pensiero ed essere al corrente degli ultimi pettegolezzi professionali”21

 

Inoltre le molteplici opportunità di interazione con i colleghi diventano un mezzo efficace ed economico per approfondire le proprie conoscenze professionali in un percorso di riflessione.
Tale percorso può essere supportato da esperti di vari campi di studio che rispondano a domande o che conducano incontri in presenza o da docenti di pari grado che però abbiano punti di vista diversi sulla stessa pratica d’insegnamento. Queste risorse di tipo umano si vanno ad affiancare al materiale cartaceo, alle fonti di informazione e ai supporti di vario genere (audio, video, multimediali) che possono essere presi dall’esterno, ma che possono essere anche essere stati creati all’interno della comunità di pratica stessa. In questo caso siamo di fronte ad un fenomeno in cui è la comunità “nutrire” sé stessa e a decidere la propria strada secondo un principio di selezione dei materiali da condividere.

All'interno di una CdP l'insegnante può avere facile accesso, oltre che alle pratiche condivise, anche ad informazioni necessarie per svolgere al meglio il proprio lavoro. Informazioni di tipo burocratico possono facilmente essere scambiate tra i membri diminuendo il tempo speso a cercarle al di fuori della CdP.

Le CdP nella formazione degli insegnanti sono uno strumento importante anche per quel che riguarda la formazione professionale continua (Lifelong learning). Nelle Comunità di Pratica ben rodate diventa infatti più semplice mettere in atto un processo di formazione continua e di sviluppo professionale su un vasto campo di pratiche collaborative finalizzate alla costruzione, allo scambio e alla disseminazione di conoscenza nel ambito dei saperi pedagogico didattici.

Un altro fattore di cambiamento che le CdP possono portare nella pratica del docente riguarda il rapporto tra docente e l'approccio didattico. Nella pratica del docente coinvolto nelle comunità, la lezione tradizionale in classe spesso cede il posto a situazioni di apprendimento dove gli studenti interagiscono, risolvendo problemi e producendo artefatti (learning by doing)22. In questo modo l’insegnante stimola il processo di creazione di nuova conoscenza e dà forma alle idee e ai concetti ancora rudimentali presenti negli studenti. Ciò che succede in questi casi è che il docente, ben consapevole del vantaggio che acquisisce essendo membro della comunità, decide di riprodurre all'interno della propria classe la stessa struttura e decide di usare nel migliore dei modi l'apprendimento collaborativo23.

Il docente che partecipa alle CdP è in grado di instaurare con i propri studenti un rapporto fondato sull'apertura verso l'altro, sul valore delle proprie idee e sulla disponibilità ad accettare i punti di vista altrui.

 

 

3. CONCLUSIONI

 

Ciò che pensiamo dell'apprendimento influenza la scelta dei luoghi in cui cerchiamo questo apprendimento.24 L'apprendimento è una pratica sociale che trova il suo luogo naturale nelle comunità di pratica.

Poiché il mondo è in divenire e le condizioni cambiano continuamente qualunque pratica deve essere continuamente reinventata anche se rimane la “stessa pratica”. Ciò vale ancora di più per quel che riguarda la pratica dell'insegnamento che, da un lato, ha a che fare con materiali, approcci e regole, è dall'altro ha a che fare con ragazzi, adulti, alunni stranieri diversi gli uni dagli altri con esigenze diverse le une dalle altre.

Ecco quindi che le CdP possono essere uno strumento e un luogo ideale per far sì che le esigenze degli insegnanti riescano a venire soddisfatte, in quanto, usando uno dei concetti chiave di Wenger, non c'è un singolo membro in grado di rappresentare la pratica nella sua totalità.

Gli insegnanti possono riflettere sulla loro pratica, condividere approcci, sperimentare nuovi contenuti e nuove pratiche e fornire supporto psicologico, didattico e pedagogico agli altri membri. Lo sviluppo professionale non è più qualcosa che viene riversato dall'esterno, ma qualcosa in cui gli insegnanti stessi possono partecipare. Inoltre, al contrario di quello che succede nei corsi di aggiornamento, gli insegnanti che decidono di interagire in una CdP sono in continuo contatto tra di loro e quello a cui danno vita è un apprendimento alla pari che stimola la risoluzione dei problemi nel momento stesso in cui essi nascono.

La comunità vive di queste interazioni continue che portano insegnanti di grande esperienza a confrontarsi con insegnanti che hanno appena iniziato il loro percorso. Il nucleo della CdP non sarà più un nucleo fisso, bensì un nucleo in grado di rigenerarsi sempre a seconda delle aggregazioni. E' il caso, ad esempio, di una procedura nuova che venga proposta non da uno dei membri con maggiore esperienza, ma da un membro apprendista. In quel momento l'apprendista diventa centro. Questo prova anche che nessun membro conosce tutto lo scibile umano della propria pratica e che la nuova conoscenza può arrivare anche dai membri meno esperti.

 

 

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20 Midoro, V. (2004). AIR - Apprendere Insieme in Rete. In “TD Tecnologie Didattiche” Vol. 32,2 2004

21 McDermott, R. (2004).How to avoid a Mid-Life crisis in your CoPs. Uncovering six keys to sustaining communities. KM Rewiev. Volume 7,2. May-June 2004.

24 Wenger E. (1999) Communities of Practice: Learning, Meaning and Identity, Cambridge University Press.

 

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